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Venerdì, 07 Dicembre 2007 12:04

Harry Belafonte Sings the Blues

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HARRY BELAFONTE SINGS THE BLUES.

LP AAA Classic RecordsLSP1972. LP 200g.

Stereo. New York, 29/1, 29/3/1958;Hollywood, 5-7/6/1958.

Prod: E.Welker.


Giudizio artistico: ottimo

Giudizio tecnico: ottimo

DINAMICA: 4

EQUILIBRIO TONALE : 4

PALCOSCENICO SONORO: 3/4

DETTAGLIO: 4

Harry Belafonte, artista eclettico, noto al pubblico audiofilo per il doppio album registrato alla Carnegie Hall di New York nel 1959, si era fatto una fama negli U.S.A. e nel mondo già un paio di anni prima, con i suoi calypso e le sue ballate giamaicane. Nato a New york nel 1927, visse poi l’adolescenza nei Caraibi - terra di origine dei propri genitori -, avendo così modo di scoprire quei suoni e quelle canzoni che un giorno gli avrebbero portato fortuna. Infatti negli anni in cui era esplosa la febbre del rock’n’roll (1956-57), la RCA Victor, che già aveva lanciato Elvis Presley, giocò la carta dell’antidoto, nel senso che lasciò spazio a Belafonte per le sue calypso song (Banana Boat, Jamaica Farewell, Island in the Sun, Coconut Woman). E fu un successo mondiale, tanto che oggi la maggior parte della gente ricorda Harry Belafonte quasi unicamente per quel genere: limite, questo, alquanto riduttivo per un artista dalla sensibilità e bravura non comuni. Lo dimostra questo lavoro del 1958, interamente dedicato al blues e ripubblicato recentemente in vinile pesante dalla Classic Records. Il repertorio qui proposto è piuttosto variegato e - come chiarisce lo stesso Belafonte nelle note di copertina - non tutti i pezzi sono strettamente blues in termini di battute e armonie. Ciò che a lui comunque interessa è preservare in ogni interpretazione lo spirito espressivo del blues, quale componente fondamentale della tradizione musicale nordamericana.

E in effetti, Belafonte affronta questo repertorio con grande rispetto, partecipazione e sensibilità, anche se non dobbiamo aspettarci esecuzioni di puro blues, fatto di voce, chitarra e armonica. C’è da considerare, infatti, che siamo nel 1958: in una produzione come questa, rivolta anche al pubblico bianco, il repertorio blues viene in qualche modo filtrato attraverso esecuzioni più raffinate, quasi jazzistiche (vedi, in questa occasione, l’inserimento di tre eccellenti fiati - tromba, trombone e sax - che si alternano in contrappunti e assoli stilisticamente appartenenti al contesto jazz). Ma questa considerazione non deve intendersi un limite o una pregiudiziale: qualunque sia la premessa, - esigenza commerciale o desiderio di nobilitare il blues -, rimane il fatto che questo di Belafonte è indiscutibilmente un gran bel lavoro, forse unico nel suo genere e ancora oggi godibilissimo. Alla fine, i contrappunti e gli assoli dei tre fiati, sorretti da una sezione ritmica di tutto rispetto (eccellente il fraseggio del contrabbasso, discreto ma efficace il pianoforte), sanno creare insieme alla voce di Belafonte una magica alchimia di sentimenti e sensazioni. Belafonte, con la sua voce dal timbro inconfondibile, alterna interpretazioni intimistiche e struggenti ad altre più ruvide e drammatiche. Le canzoni scelte sono per lo più composizioni firmate da artisti della scena blues e rithm’n’blues suoi contemporanei. Primo tra tutti Ray Charles, del quale interpreta ben tre canzoni. (A Fool for You, Allelujah I Love Her So e Mary Ann). Di Charles Calhoun (alias Jesse Stone), autore della famosa Shake, Rattle and Roll, Belafonte qui interpreta Losing Hand, un moderno blues molto tirato, unico episodio dell’album che vede come co-protagonista una graffiante chitarra elettrica, che dialoga prima con la voce di Harry e poi con uno struggente sax baritono: un accostamento, quest’ultimo, che ha dello stupefacente. Da citare ancora The Way that I Feel e Fare Thee Well di Fred Brooks e Sinner’s Prayer di Lowell Fulson. Il lato ‘traditional’ è rappresentato invece dalle note Cottonfields e In the Evenin’Mama, nella rielaborazione di C.C.Carter. E’ presente anche una nota coppia di autori bianchi (Johnny Mercer e Harold Arlen), con la bellissima e blueseggiante One for my Baby, estrattadal repertorio di Frank Sinatra. Infine, uno degli episodi più toccanti dell'album: la classica God Bless the child - interpretata da decine e decine di artisti - dovuta alla firma della grande Billie Holiday, insieme a Arthur Herzog.


Giudizio tecnico:

Questo LP è in assoluto una delle primissime realizzazioni stereofoniche prodotte dalla RCA Victor nell’ambito della musica non classica. Al primo ascolto si rimane subito sorpresi dal senso di presenza e di realismo che scaturiscono dai suoi preziosi solchi. La separazione dei canali, in linea con la stereofonia di quegli anni, è particolarmente accentuata. Ma qui è ben compensata da un’ottima immagine centrale, immagine occupata dalla voce di Belafonte, dall'eccellente contrabbasso (solo in un paio di episodi posizionato a sinistra ) e quasi sempre dalla batteria (qualche volta posizionata a destra). A mio parere, quando ovviamente l’immagine centrale sia ben alimentata, un’accentuata lateralizzazione di alcuni strumenti non fa che accrescere il senso di realismo: infatti, l’attacco di un solista, che ti sorprenda a sinistra o a destra dell’immagine, induce a volgere lo sguardo per osservare idealmente il nuovo arrivato sul palcoscenico virtuale. La dinamica è molto buona, soprattutto quella della voce di Belafonte, che spazia senza fatica e senza distorsione daI sussurrato alle note più alte. Un plauso particolare per la riproduzione molto presente, chiara e dettagliata del contrabbasso, che qui ha un ruolo di primo piano nel sostegno ritmico. Notevole il realismo e il dettaglio dei fiati, posti normalmente sulla sinistra: eccezionale, in Losing Hand, quello del sax baritono incalzato dalla chitarra elettrica posta sulla destra. L’unico appunto che si può fare - da imputare probabilmente alle tre diverse sedute di registrazione - è il posizionamento non sempre omogeneo degli strumenti nei vari episodi dell’album; anche la prospettiva della voce di Belafonte è incostante: per esempio, dopo l’ascolto di One for My Baby, è notevole la sensazione che nella traccia successiva (In the Evenin’Mama) Belafonte si sia trasferito a cantare in una grande camera d’eco il che, comunque, conferisce in questo caso una maggiore profondità d’insieme. Il senso di profondità è percepibile anche quando la batteria è posta al centro e nei casi in cui uno dei fiati fa da contrappunto all’altro, dando bene la sensazione di trovarsi a suonare dietro. Rimaneva da capire come la Classic records avesse trattato il master originale di questo ottimo lavoro. Mi sono ricordato di avere nella mia collezione di vecchi 45 giri, il singolo – ovviamente mono - di Cottonfileds, stampato allora dalla RCA italiana. Ho ascoltato in mono la canzone incisa sull’LP e poi sono passato all’ascolto del vecchio 45 giri. Con grande sorpresa e soddisfazione ho potuto appurare che l’ottimo equilibrio tonale è stato mantenuto identico

Mario Frangini

Letto 12906 volte Ultima modifica il Venerdì, 07 Dicembre 2007 12:04

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