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Venerdì, 19 Ottobre 2007 21:25

MUSSORGSKY/RAVEL: QUADRI DI UN'ESPOSIZIONE

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Qualche mese fa Pierre Bolduc invitò il suo fedele e appassionato Pubblico Audiofilo ad “osare” un po’ di più nell’oscuro mondo della Musica Classica proponendo alcuni titoli che ogni audiofilo che si rispetti dovrebbe avere, anche se solo confinati in un angolo remoto della propria scaffalatura. Tra questi propose I Quadri di una Esposizione di Mussorgsky.

Ebbene, accogliamo l’invito di Pierre e cerchiamo di capire di cosa si tratta e perché dovrebbe essere tra i nostri scaffali.

Tanto per cominciare chi è Mussorgsky? O meglio, chi era Modest Petrovič Musorgskij?

Un grande, grandissimo musicista russo! Uno di quelli che lasciano il segno, che fondano una scuola di pensiero e che, dopo un po’ di frequentazione, non possono lasciare indifferenti. Ricordo che, qualche anno fa, io e un mio amico partimmo all’alba di un mattino del mese di gennaio sotto una nevicata terribile per raggiungere a trecento km di distanza dopo ben cinque ore di viaggio, l’Opèra di Monte-Carlo in cui, quel giorno, veniva rappresentata una delle più incredibili composizioni di questo Grande della musica russa: il Boris Godunov. Un’opera grandiosa della durata di quasi quattro ore... in russo!!! Ma non si poteva rinunciare! Neve o no il Boris Godunov è una di quelle esperienze che bisognava fare. Almeno una volta nella vita!

Purtroppo Musorgskij, come molti altri musicisti, si sa, non ebbe vita facile. Nacque nel 1939. La famiglia (ricchissima) lo avviò alla carriera militare ma lui, estremamente dotato musicalmente, “disertò” dopo pochissimo tempo e divenne il maggior esponente di un gruppo di cinque compositori, denominato da lui stesso “la possente manciata”, che pose le basi della scuola nazionale russa. Nonostante le sue capacità (o forse a causa delle sue capacità, e del suo estremismo) non fu affatto apprezzato dai suoi connazionali e le opere che egli iniziò furono poche ed ancor meno quelle che portò a termine, consumato com’era dall’alcool e dalla depressione nervosa. Morì a soli quarantadue anni, dopo un rapidissimo declino.

Il suo Boris Godunov , di cui parlavo poc’anzi, fu portato a termine in ben quattro anni di interminabile lavoro; ma Musorgskij, quando voleva, riusciva anche a comporre molto velocemente purché ne avesse motivo.

Nel 1873, a trentaquattro anni, fu particolarmente colpito dalla morte di un suo, anzi, del suo più caro amico, l’artista e architetto scenografo Victor Hartmann e da una esposizione di quadri organizzata poco tempo dopo in sua memoria. Fu proprio in quell’occasione che Musorgskij provò un generoso e patetico impulso a tradurre in suoni le immagini osservate. Vide così i natali la composizione di una suite (una raccolta di brani) per pianoforte che intitolò appunto Kartinski vystavki (“Quadri di una esposizione”). La scrisse in poco meno di venti giorni! E questa, nonostante la sua abilità anche come pianista, fu la sua unica composizione per pianoforte di reale importanza.

A questo punto abbiamo scoperto che i Quadri di una esposizione nascono come opera pianistica e la prima cosa da farsi è ascoltarne un’edizione. Per esempio quella con Nikita Magaloff al piano (CD Audivis V 4742 - 1988) oppure quella straordinaria con Sviatoslav Richter durante il recital di Sofia del 1958 (Philips 464 734). Più recente l’incisione per Velut Luna che ne ha fatto un pianista (sconosciuto), Marco Falossi, dotato di straordinaria padronanza tecnica e originalità interpretativa (CVLD 102) che, dopo un giusto tempo di adattamento mentale che l’ascoltatore deve passare, permette di scoprire moltissimi particolari nascosti della partitura.

Modest aveva dunque concepito quest’opera, tanto bella quanto di difficile esecuzione, in poco tempo ma purtroppo, come spesso accade, fu pubblicata solo più tardi, nel 1886, quando Musorgskij era già morto da cinque anni.

Oggi nessuno ricorda più i dipinti di Hartmann che ispirarono questa composizione, ma la loro immagine è stata vivificata da Musorgskij attraverso un procedimento impeccabile: i soggetti dei diversi quadri sono trasformati in scene animate, pittoresche, perfettamente ritratte in musica. Il lento procedere del carro polacco Bydlo, o il colloquio tra l’ebreo ricco e l’ebreo povero, la leggendaria capanna della strega Baba Yaga, la funebre discesa nelle catacombe o la maestosa porta di Kiev vengono mimati dalla musica attraverso una serie di onomatopee. Un tema , sol fa si do-fa-re do-fa-re si do sol fa, costituisce addirittura l’autoritratto del compositore e viene citato tra un episodio e l’altro, con leggere varianti, per descrivere l’itinerario di Musorgskij nella sala dell’esposizione, fra un quadro e l’altro (Promenade).

L’integrazione fra immagine e musica è così forte che basta l’indicazione dei titoli premessi ad ogni episodio per “vedere” le immagini.

Oggi però I Quadri di una esposizione sono sicuramente più conosciuti nello straordinario arrangiamento per orchestra che ne fece Maurice Ravel nel 1922 piuttosto che nella versione originale per pianoforte solo.

A proposito di ciò dobbiamo dire che il tipo di pianismo e il linguaggio armonico ricco di accordi dissonanti usato in quest’opera, taglia completamente i ponti con la tradizione romantica, aprendo le porte al Novecento. E questo, se da una parte attirò le ire dei suoi contemporanei, che in più di una occasione lo tacciarono di dilettantismo (insomma... tutte ste dissonanze... ma sarà poi capace a scrivere?), dall’altra si manifestava potentemente seduttivo su tutti i grandi orchestratori (l’orchestrazione è la tecnica con cui si distribuiscono le varie linee melodiche tra gli strumenti dell’orchestra: nel Conservatorio italiano si studia negli ultimi tre anni di un corso ordinario di Composizione) suoi contemporanei primo fra tutti Nikolaj Rimskij-Korsakov (suo uno dei più importanti trattati di orchestrazione della storia) che non indugiò nel trascrivere per orchestra i Quadri nonostante l'anatema lanciatogli dall'Autore: "Che ti si secchi l'inchiostro nella penna!". Anatema che, in qualche modo, ebbe il suo effetto se pensiamo che non esiste alcuna registrazione in commercio di quella trascrizione.

Ma torniamo a Ravel. Attenzione! Si tratta solo di una diversa versione e dunque è un errore considerarla, come certuni fanno, un perfezionamento della versione originale. Ma, come è un capolavoro la versione originale, così si tratta di un capolavoro la versione di Ravel. Qualora se ne abbia la possibilità, è un’esperienza affascinante mettere a confronto le due versioni, magari avendo a disposizione una partitura tascabile nella quale la versione orchestrale è stampata sopra quella originale per pianoforte (se la trovate, si tratta di una vecchia edizione Boosey&Hawkes). Ravel non cambia quasi nulla; soltanto nel finale “La Grande Porta di Kiev” egli aggiunge qualche battuta.

Ok! Ora è necessario munirsi di una registrazione di questa rivisitazione orchestrale. Ad esempio quella mitica della RCA - Living Stereo con Fritz Reiner alla testa della Chicago Symphony Orchestra registrata nel 1957. (CD RCA VICTOR 09026-61958-2, SACD ibrido 82876 61394 2, LP 200gr Classic Records LSC 2201; LP 200gr 45 giri LSC 2201, JVX XRCD JMCXR0016). E’ fantastica! Sia per l’interpretazione che, ovviamente, per la qualità audio nonostante i suoi cinquant’anni. Ma perché un audiofilo dovrebbe dunque possedere questo disco?

Intanto per la grandissima ricchezza timbrica che questa partitura detiene. Tant’è che più volte Audiophile Sound l’ha citata per andare a testare qualche pericolosità audiofila (vedi, ad esempio, il cd allegato ai numeri 2, 49, 53 della rivista).

Da un punto di vista artistico, personalmente non disdegno affatto, come alcuni fanno, la strabiliante interpretazione che ne diede Sergiu Celibidache alla testa dei Münchner Philharmoniker il 24 Settembre 1993 a Monaco e che EMI ci restituisce in un CD della Sergiu Celibidache Edition (EMI Classic 5-56526-2) della durata di ben dodici minuti in più rispetto a quella di Reiner!

Ognuno dei quadri ha una sua particolarità da scoprire: nel timbro, nel focus degli strumenti solisti, nella dinamica...

Ma, ora anche noi, come Musorgskij, facciamo questa promenade tra di essi.

Cos’è questa Promenade? Una promenade.. . appunto! Una “passeggiata” tra i dipinti esposti dell’amico Hartmann.

Musorgskij è a San Pietroburgo. Un giorno del mese di febbraio 1874 entra all’Accademia delle Belle Arti sapendo che nelle sue sale si troverà di fronte ad una mostra di oltre quattrocento dipinti dell’amico Victor da poco scomparso e tra di essi comincerà la sua passeggiata. Una melodia su due battute, una in 5/4 e una in 6/4, di una tromba in Do iniziano questo cammino. Che è pesante, non spedito, anzi...! Modest è emozionato nel vedere i dipinti del suo amico. E’ come se lo rivedesse, come se rivivesse i tanti momenti trascorsi con lui.

Due battute di una tromba, poi tutti gli ottoni e infine tutta l’orchestra che in un grandioso crescendo rivela tutta la solennità e la drammaticità di questo momento!

La prima tappa è di fronte a Gnomus. Putroppo, questo, non fa parte dei soli sei dipinti che ci sono rimasti e, dunque, non possiamo vedere anche noi Gnomus. Ma lo possiamo immaginare; inquietante, quasi demoniaco con le sue convulsioni, le sue urla, gli strepiti, che corre con le gambe storte. I fiati ci assordano con i loro fischi acuti, le percussioni bruscamente li interrompono per lasciare spazio agli ottoni pesanti, claudicanti...

Riprende il cammino... torna il tema della Promenade; questa volta più dolce, con un corno in Fa che canta il tema, il ritratto di Musorgskij. I legni, oboe, clarinetti e fagotti, gli rispondono accompagnandoci lentamente alle porte de il Vecchio Castello - Andantino molto cantabile e con dolore. Siamo in Italia dove un trovatore intona la sua canzone davanti alle mura di un castello medievale in un paesaggio soffuso di tristezza. Un fagotto, solo, canta quello che è l’episodio più lirico dell’intera raccolta in dialogo con un sassofono contralto dalle spiccate doti espressive, melanconiche e trasognate che, con gli archi piano con espressione, ondeggiano in un delicato movimento di barcarola, esponendo un terzo motivo, più corto ed evasivo. Magnifico lavoro di orchestrazione di Ravel!

Ora, più velocemente, il cammino riprende introducendo Les Tuileries dove alcuni bambini giocano felici nell’omonimo parco parigino sotto lo sguardo attento delle governanti che chiaccherano tra di loro. Qui tutto è finezza, leggerezza spirituale con delle armonie originali, ma dolci, distribuite tra i fiati che giocano in una danza leggera con gli archi.

Questa volta senza transizione, si passa a Bydlo. E’ un enorme carro polacco trainato da buoi. Bydlo viene descritto da una tuba, il più grave e pesante degli ottoni, il cui passo viene ritmato dagli archi gravi e dai fagotti. Il carro arriva, piano, piano e, mano a mano che s’avvicina, l’orchestra, in un grande crescendo, riprende il motivo della tuba con il tutti per poi decrescere lasciando che il carro si allontani fino all’orizzonte, sparendo in un inudibile pizzicato dei contrabbassi.

Una nuova versione della Promenade nei registri acuti dei legni (flauti e clarinetti), e poi gli archi, annunciano il Balletto dei pulcini nei loro gusci.

E’ il primo dei sei quadri che anche noi possiamo ammirare. La musica qui è tutto un fermento. Tutto si agita, legni, arpa, pizzicato dei violini, trilli.... Birichini inseguimenti di accordi sbalzati su una linea che sale cromaticamente. Non a caso ci sta scritto Scherzìno!

Poi, tutto d’un tratto si giunge a Samuel Goldenberg e Schmuyle. Sono due ebrei polacchi che si incontrano: uno ricco, grosso, grasso e tronfio del suo benessere, l'altro piccolo, magro, insistente e piagnucoloso.

Il ricco cammina pomposamente e goffamente come ci dimostrano archi e fiati all’unisono: la melodia che ascoltiamo è effettivamente un canto ebraico!

Il secondo, povero, esplode in lamenti sempre più disperati. Sono le note ripetute in modo convulso della tromba acuta e stridula.

I due temi si sovrappongono; ecco il dialogo tra i due! Finché il ricco, brutalmente, si sbarazza dell’importuno... Una terzina rapidissima, fortissimo, verso un accento secco del tutti orchestrale.

Nella versione orchestrata da Ravel non c’e più alcuna Promenade che ci conduca ma che Musorgskij aveva invece previsto nella versione originale, quella pianistica. Chissà perchè Ravel l’ha tolta? Comunque sia... andiamo verso Limoges. Il mercato, una gran bella scena di vita popolare piena di colori e per la quale Musorgskij aveva immaginato dei dialoghi comici tra i paesani. Una vitalità ribollente come quella di Tuileries e del Balletto dei pulcini ma che è prossima al mitico Thanatos, la cui eco non così remota è in Catacombe in cui siamo, a questo punto, sprofondati... di colpo!

Cito qui un passo (un po’ lungo ma molto interessante) di Vincenzo Restagno. “Veniamo dunque alle prime tre battute di questo episodio che Musorgskij volle chiamare "Sepulcrum romanum": i tre unisoni sono coperti da tre corone, hanno dunque da vibrare a lungo e saranno le dinamiche a suggerirci quanto dovrà durare la vibrazione. Il primo unisono, sulla nota Si, va eseguito "fortissimo": è evidente che la vibrazione è destinata a durare molto a lungo, fino quasi alla sua estinzione naturale. Il secondo unisono, sulla nota Sol, deve essere eseguito "piano"; potrà quindi vibrare meno a lungo, ma dovrà essere seguito da un altro unisono, sempre sul Sol, spostato però di un'ottava verso l'alto e caratterizzato da un "crescendo". Se il primo suono, il Si, vibra fino quasi all'estinzione, quando gli subentrerà piano il Sol, si avrà l'impressione di uno spostamento del suono nello spazio. Questo spostamento continuerà col terzo suono che sale di un'ottava e "cresce". L'impressione complessiva è quella di un identico suono che si sposta nello spazio, e non ha molta importanza che i primi due suoni siano un Si e un Sol e pertanto due suoni differenti, poiché l'impressione di spostamento nello spazio tende ad attenuare la differenza. Basta ascoltare la successione di questi tre unisoni, che ritengo più efficaci sulla tastiera del pianoforte che non nella pur bellissima trascrizione orchestrale di Ravel, per rabbrividire. Quello in cui il suono si sposta è uno spazio oscuro e misterioso, quello delle catacombe, che si dilata qui fino a diventare lo spazio ignoto della morte. Questa idea di un suono che si sposta nello spazio non cambiando ma perdendo via via un poco della sua identità potrebbe essere l'idea di una materia organica che si decompone, dell'unicità della persona che si disgrega perdendosi in uno spazio ignoto. Le battute che seguono non fanno che sviluppare quanto è già stato affermato dai tre unisoni e le dinamiche che alternano "fortissimo sforzando" e "piano diminuendo", continuano ad ampliare la dimensione spaziale. Ecco dunque che l'ambiguità delle zone armoniche cui alludevano le prime tre battute, si è trasformata nell'ambiguità dell'essere che si trasforma e trapassa da uno stato all'altro. Tutte le concezioni che avvertono nel suono qualcosa di simile a un essere vivente che palpita e respira potrebbero eleggere queste battute del "Sepulcrum romanum" a loro simbolo ma a noi basta ora renderci conto che, una volta stabilito, anche genericamente, l'oggetto della rappresentazione, la musica ha la facoltà di portare in primo piano i significati che si celano nell'intimo dell'immagine, quei significati che senza il concorso dell'arte dei suoni, probabilmente non verrebbero mai alla luce”.

E dalle Catacombe attraverso una passeggiata nei sotterranei (Cum mortuis in lingua mortua) che l’autore spiega: "Lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca; questi si illuminano dolcemente all'interno", balziamo ad un altra allegoria, attinta alla sorgente dei racconti popolari: la Capanna sulle zampe di gallina (Baba Yaga). Baba Yaga è una strega. Un essere grottesco, proprio del folklore russo, che mangia ossa umane trasformate in pasta col suo mortaio e pestello...(!) raffigurato da un orologio a cucù sorretto da zampe di gallina e la musica esprime la paura del compositore nel visitarne l'orribile antro. Tempo fa sul numero 49 di Audiophile Sound, leggevo a proposito di questo movimento: “Gli audiofili conoscono bene questo quadro... Ecco uno dei migliori esempi di giustapposizione di timpano, grancassa, violoncelli e contrabbassi che suonano all’unisono nella letteratura musicale classica”! (attenzione alle casse...)

Ed eccoci, infine, arrivati davanti alla Grande Porta di Kiev dove, riassumendo il tema della Promenade con una forma epica e grandiosa alternata ad un religioso corale, si conclude la Suite in un immenso fragore che mobilita tutta la forza di questa enorme orchestra che prevede tre flauti, con il terzo che suona anche l’ottavino; tre oboi, con il terzo che suona anche il corno inglese, due clarinetti, clarinetto basso, sassofono contralto, due fagotti, controfagotto, quattro corni, tre trombe, tre tromboni, tuba, timpani, una quantità sterminata di percussioni d’ogni sorta oltre, naturalmente, una sessantina di strumenti ad arco.

Et voilà! Ecco I Quadri di una Esposizione.

Giunti a questo punto, non possiamo fare a meno di domandarci: se non ci fossero né titoli né disegni, o, se trovandoci in una condizione di totale ignoranza, ascoltassimo questa musica senza nessun punto di riferimento, che cosa potremmo mai capire delle vocazioni rappresentative di queste pagine? A voi la risposta.

Prima di lasciarvi in pace vorrei, però, ancora ricordare, addirittura, la rielaborazione dell’opera in chiave progressive rock fatta da Emerson Lake and Palmer nel 1971, rimasterizzata nel 2001, in una registrazione dal vivo nella quale i quadri originali sono alternati alle composizioni del trio che ha saputo integrare a tal punto il proprio contributo quasi che risulta difficile capire dove termina il lavoro di Musorgskij e dove comincia quello del gruppo.

Ecco, finalement, perché è auspicabile avere tra gli scaffali questo disco! Si tratta di un momento importante della Storia della Musica in cui si afferma uno spirito musicale co ncreto, fiammeggiante di figurazioni e illuminazioni che, se per un verso riproponevano l’esperienza storica di certe raccolte pianistiche di Schumann (si pensi, ad esempio, a Carnaval op. 9), per altro verso aprivano la strada al tanto dibattuto linguaggio novecentesco superando di slancio anche il mondo in fieri dell’Impressionismo musicale.

Buon ascolto!

[right]Ivano Scavino[/right]

Riferimenti discografici:

- Sviatoslav Richter - Recital di Sofia del 1958 (CD Philips 464 734).

- Chicago Symphony Orchestra - Fritz Reiner - 1957 (CD RCA VICTOR 09026-61958-2, SACD ibrido 82876 61394 2, LP 200gr Classic Records LSC 2201; LP 200gr 45 giri LSC 2201; XRCD MVC JMCX R0016)

- Münchner Philharmoniker - Sergiu Celibidache - 1993 (EMI Classic 5 56526 2)

Letto 16898 volte Ultima modifica il Venerdì, 19 Ottobre 2007 21:25

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