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Domenica, 20 Aprile 2014 23:16

Audiophile Sound 133 - Aprile 2014 - Guida all'ascolto: Tiger Dixie Band - Original Dixie Songbook

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 133 - Aprile 2014

TIGER DIXIE BAND - ORIGINAL DIXIELAND SONGBOOK

Original Dixie Songbook è un album all’insegna della storia del jazz. Un lavoro scaturito da un viaggio alla ricerca delle radici. Un percorso, quello compiuto dalla Tiger Dixie Band, che è confluito nel CD allegato ad Audiophile Sound di questo mese. La formazione trentina, infatti, può vantare una ultra decennale esperienza nel campo del jazz degli esordi: dixie, ragtime, swing e via discorrendo. Una formazione ben affiatata composta da Paolo Trettel alla tromba, Stefano Menato al clarinetto, Fiorenzo Zeni al sax tenore, Luigi Grata al trombone (tuba nella traccia 16), Andrea Boschetti al banjo (chitarra nelle tracce 10 e 12), Renzo De Rossi al pianoforte (sax baritono nella traccia 17), Giorgio Beberi al sax basso e Claudio Ischia alla batteria. La registrazione è stata effettuata da Marco Lincetto, in presa diretta, presso il Teatro Cristallo di Bolzano. Si tratta di un album di riletture filologiche, ma non calligrafiche. La Tiger Dixie, infatti, ha operato un paziente lavoro di arrangiamento e di ricerca su ogni singolo brano. Una delle principali modifiche e personalizzazioni che la band ha apportato ai brani in scaletta è la sostituzione del contrabbasso con il sax basso, suonato da Giorgio Beberi, escamotage già utilizzato da Bix Beiderbecke nella sua band.

Come potranno constatare i nostri lettori, le tracce dell’album sono state scritte ed incise, per la prima volta, per maggior parte negli anni che vanno dal 1917 al 1919, eccezion fatta per qualche ragtime. Si tratta, quindi, di una full immersion nelle più profonde radici del jazz. Un ascolto ambientato nel periodo d’oro degli esordi. Tale periodo è documentato da rare incisioni a 78 giri, che costituiscono il patrimonio culturale nazionale americano e quello della musica jazz internazionale. In pratica, il punto di partenza della musica jazz, si trova fra questi brani. Queste tracce, tuttavia, sono essenzialmente versioni cristallizzate su pentagramma e su disco, di qualcosa di vivo e pulsante che poteva essere ascoltato ai tempi. Il lettore non si stupirà se troverà nel novero dei nomi citati dalla Tiger Dixie per la maggior parte musicisti bianchi, alcuni di origini italiane, e solo una minoranza di quelli di colore. Le leggi razziali, la difficoltà nel poter eseguire concerti in locali per bianchi, l’impossibilità di spostarsi liberamente e la diffidenza dell’industria discografica nei confronti della gente di colore, ha fatto sì che le radici del jazz su vinile non rendano completamente giustizia a tutti quei musicisti afroamericani finiti nell’oblio.

Track list

Original Dixieland One-Step (N. La Rocca o Original Dixieland Jass Band) è un brillante esempio, fra i molti presenti in questa incisione, del rilievo dato alle sfumature ritmiche. In questo brano si può ascoltare un consistente passaggio ritmico da parte del batterista Claudio Ischia, in punta di bacchette. Un passaggio delicato, ma ben risolto da una ripresa che ha messo in evidenza la dinamica. In particolare, in questo passaggio si avverte, in tutta la sua articolazione, il buon rapporto fra solo/tutti, e l’ottima miscela fra strumenti melodici e groove ritmico 01:06 - 01:36.

Original Dixieland One-Step fu scritta da Nick La Rocca, presumibilmente negli anni fra il 1916 e il 1922 assieme alla leggendaria Original Dixieland Jass Band a New Orleans. Due su cinque, fra i musicisti, erano italiani: lo stesso La Rocca, che suonava la cornetta e il mitico batterista Tony Sbarbaro. Quasi tutto il materiale originale di questa line up è avvolto da un’aura di leggenda e di grande rispetto. Le composizioni di La Rocca, infatti, sono alla base della storia del jazz, così come lo conosciamo, dato che la Original Dixieland Jass Band fu la prima formazione a incidere su 78 giri, essere filmata in un lungometraggio e sfruttare il potenziale commerciale di questa musica, al tempo nuovissima. La Tiger Dixie sembra cogliere, in quest’esecuzione, tutto il potenziale di modernità, eseguendola con rispettosa precisione, ma arrangiandola per un ensemble più strutturato.

La storia e l’importanza di un brano come South, traccia numero due del nostro CD, sono tutte nella sua fortuna discografica, essenzialmente postuma. Bennie Moten incise questa composizione, ricca di groove, nel 1928 per Victor (V-38021) e divenne rapidamente un successo. Il brano fu poi pubblicato, dopo la morte di Moten, nel 1935 (Victor 24893), ma conobbe il vero successo nel 1940 quando si diffuse attraverso i primi jukebox (Victor 44-0004). Il brano, ballabile e ricco di energia, divenne un classico del jazz degli esordi. L’impianto originale, pensato dal pianista di Kansas City per una big band, viene riletto dalla Tiger Dixie Band in maniera brillante, con una spinta sul ritmo e una bella trasposizione della parte pianistica da parte di Renzo De Rossi. Nella parte centrale del brano è rimarchevole la dissolvenza incrociata fra la tromba di Paolo Trettel e il sax 01:34 - 02:02.

La parte solista di tromba emerge dal tessuto orchestrale senza sforzo, entra nella parte solista vera e propria, quindi - senza alcuna reale discrepanza di volume - lascia il posto al sax. Una perfetta dissolvenza incrociata.

- Il traditional China boy risale circa al 1922 e le sue origini non sono ben chiare. Secondo fonti accreditate, esso sarebbe stato arrangiato da Phil Boutelje e Dick Winfree. Divenne un brano popolare nel vaudeville grazie a Henry E. Murtagh, ma si diffuse capillarmente come standard attraverso la registrazione del 1929 per la Columbia di Paul Whiteman con Bix Beiderbecke. La Tiger Dixie Band si dimostra all’altezza della situazione, conferendo al brano un andamento ritmico veloce, con un bell’arrangiamento di ottoni, che crea un potente tessuto di sostegno ai solisti.

- Skeleton Jungle è ancora un brano inciso da Nick La Rocca e la Original Dixieland Jass Band nel marzo 1918 (Victor 18472). Si tratta di un foxtrot ed è un brano meno popolare, seppure ben conosciuto, ma altrettanto interessante. La parte iniziale del brano 00:01 - 00:46, ci fornisce un duplice esempio.

Da un lato, suggeriamo di porre attenzione sul dettaglio degli ottoni, ripresi in un momento ben strutturato, ma che riescono ognuno a conservare la propria personalità e una buona ricchezza di sfumature espressive. Dall’altro, in coda alla stessa porzione del medesimo brano, si apprezza un passaggio dinamico fra fortissimi e pianissimi, ben realizzato, che rivela l’ottimo interplay della band.

- Down by the Riverside è un traditional, che fa parte del repertorio gospel. Si diffuse a partire dal 1918, quando venne pubblicata nella raccolta intitolata Plantation Melodies: A Collection of Modern, Popular and Old-time Negro-Songs of the Southland. In questo caso, la tradizione vocale religiosa americana, che trasuda di blues, sublima nel jazz. Negli anni della Seconda guerra mondiale, il brano conobbe due vite distinte, da un lato si diffuse come standard dixie, dall’altro divenne un classico del gospel e del blues. Memorabile fu la versione realizzata da Sister Rosetta Tharpe. Nella parte centrale del brano vi è un buon esempio d’ascolto riguardante l’incisione del pianoforte 01:56 - 02:30.

Renzo De Rossi, infatti, dapprima emerge con molta naturalezza dall’impasto collettivo, poi ha modo di sviluppare la propria parte solista. Un dettaglio, quindi, ben curato e supportato da una ripresa del pianoforte, che ne ha preservato l’articolazione delle note gravi e la trasparenza su quelle acute.

- Fidgety Feet fu scritto dal clarinettista Larry Shields assieme Nick La Rocca fra il 1916 e il 1918 e inciso nel 1919. Shields fu una delle influenze principali per Benny Goodman. Il suo modo di suonare il clarinetto, infatti, era del tutto innovativo, sebbene ancora fortemente influenzato da un background classico. La parte di Shields è magistralmente interpretata dal clarinettista della Tiger Dixie, Stefano Menato. Richiamiamo, invece, l’attenzione dei nostri lettori su una porzione medio-lunga della medesima composizione 01:20 - 02:20, che coglie gli ottoni, tutti assieme, sviluppare un groove intenso ed energico fino al termine del brano stesso.

Un insieme che nella registrazione sfoggia un grande separazione fra i singoli strumenti, pur mantenendo una potenza e una sinergia realmente efficaci.

- Ancora un brano di Bennie Moten, e ancora un altro classico in scaletta: Moten Swing. Una traccia divenuta immortale, anche a partire dalle versioni di Benny Goodman e Count Basie. Il brano fu scritto nel 1932, quando ancora nella formazione di Moten militava lo stesso Basie. La Tiger Dixie ripropone ai nostri lettori la versione originale, appena contaminata dalle versioni successive, più articolate, libere e complesse. Ancora una volta, con l’intervento della formazione trentina, il brano si libera degli orpelli modernisti, per ritornare alla joie de vivre tipica dello swing degli anni Trenta.

- At the jazz band ball, è un vero classico, conosciuto ed apprezzato anche dai non esperti del genere. Originariamente inciso nel 1917 da Larry Shields, Tony Sbarbaro, Henry Ragas, Nick La Rocca ed Eddie Edwards è uno dei brani più popolari della Original Dixieland Jazz Band, nonché forse una delle più vecchie e più incise tracce del genere dixie. Il brano fu pubblicato come singolo 78 giri a New York (Aeolian Vocalion, A1205). Divenne molto popolare grazie a Bix Beiderbecke, ma consacrata al successo con l’esecuzione di Bing Crosby e Louis Armstrong del 1960. La versione presentata dalla Tiger Dixie Band è nell’arrangiamento di Rossano Sportiello. In questa traccia, prendiamo come esempio una breve porzione nella parte finale del brano 02:46 - 03:00, il momento che coglie il banjo di Andrea Boschetti impegnato in una parte solista.

Come sempre, il banjo svolge un ruolo armonico e ritmico nel jazz classico. In questa parte del brano, si avverte come questo duplice ruolo sia stato ben posto in rilievo nell’incisione. La spinta ritmica dello strumento dovuta allo strumming di Boschetti è ben restituita, così come tutte le sfumature armoniche.

- Altro classico intramontabile del genere è Maple Leaf Rag pubblicato da Scott Joplin nel 1899. Joplin, considerato il re del ragtime classico, trasferì nel brano gli echi del jazz degli esordi colti sul campo, pur mantenendo la propria preparazione classica. La traccia è uno dei cavalli di battaglia del genere, almeno da quando nel 1973 non è finita nella colonna sonora de La Stangata. L’interpretazione della Tiger Dixie è ricca di sfumature e ben arrangiata. Nella registrazione di questo brano si riesce a rendersi conto delle caratteristiche del soundstage. Si tratta, infatti, di un ambiente ben aperto, spazioso e ben suonante, come quello del Teatro Cristallo di Bolzano, utilizzato da Marco Lincetto per creare una ripresa ben focalizzata e non dispersiva. Il soundstage è quindi ben aperto, ma senza esagerare. La Tiger Dixie, quindi, si dispone di fronte all’ascoltatore, che riesce a focalizzare la posizione di ogni strumentista senza sforzo.

- Anche Somebody Stole My Gal è un classico, passato alla storia grazie al suo impiego in numerose colonne sonore hollywoodiane. Il brano risale al 1918 e fu scritto da Leo Wood, prolifico autore dei primi del Novecento. In questo brano emergono tromba, sax, trombone, gli ottoni in genere. Fatta eccezione per il caratteristico intervallo di Boschetti alla chitarra acustica, seguito da un dolcissimo intervento di clarinetto.

- Alabama Jubilee è a una via di mezzo fra il ragtime e il dixieland. Fu composta da George L. Cobb fra il 1917 e il 1919, sebbene vi sia il sospetto che essa sia stata composta addirittura nel 1915. Nella parte iniziale del brano 00:01 - 00:57, nel Cd allegato, vi è una parte fortemente ritmica, sulla quale si innestano “effetti” solistici e intrecci armonici.

Utilizziamo, quindi, questa porzione di brano per portare l’attenzione dei nostri lettori sul bilanciamento complessivo della registrazione, che rivela un equilibrio efficace fra bassi, medi e alti, e un sound caldo, brioso e ricco di armoniche.

- A volte la storia è strana e non sempre l’industria discografica (quasi mai, detto onestamente) riesce a cogliere il genio al primo colpo. Un esempio convincente viene da Davenport Blues, brano di Bix Beiderbecke and His Rhythm Jugglers che fu pubblicato come lato B (Gennett 5654) nel 1925. Il suo destino di hit fu rapido e fulminante. E ancora oggi, ascoltando il brano, si capisce che non sarebbe potuto essere altrimenti. La versione della Tiger Dixie coglie alla perfezione il mood del brano, ponendo l’accento sulla complessità armonica del brano che, come ricordato da Paolo Trettel nell’intervista, possiede grandi caratteristiche di innovazione per i tempi. Novità che, come ricordato, avrebbero influenzato Ellington e quindi tutto il jazz moderno.

- Sadie Green, The Vamp of New Orleans è un brano molto conosciuto del jazz classico, fu interpretato anche da Jim Croce. Rimanendo in tema di “effetti” e peculiarità timbriche, la parte iniziale del brano 00:01 - 00:20,

così come anche il seguito, si presenta come un campionario nell’impiego della sordina, l’uso dei vibrati caratteristici e di altre modalità espressive e timbriche, che riportano l’ascoltatore nei meccanismi esecutivi del jazz dei primordi. Anche in questo caso, la bontà del dettaglio è un elemento decisivo.

- Tiger Rag ancora una volta un classico del repertorio di La Rocca e dell’Original Dixieland Jass Band. Il brano venne inciso in due versioni: la prima risale all’agosto del 1917 (Aeolian-Vocalion Records B1206,), la seconda versione invece risale al 1918 (Victor Records 18472) come lato B del singolo 78 giri di Skeleton Jungle. Il brano, così come ci viene riproposto dalla Tiger Dixie, colpisce per la scioltezza, l’energia e la grinta. Una versione piuttosto filologica, ma allo stesso tempo molto personale, più per l’esecuzione, che per l’arrangiamento. Questa traccia da sola è un buon esempio per mostrare l’interplay della formazione trentina.

Qualcuno ricorderà, negli anni ottanta, il brano di successo dei Fine Young Cannibals, intitolato Johnny, Won’t You Please Come Home?. Ebbene, l’idea del titolo di tale brano deriva proprio da questo classico Bill Bailey, Won’t You Please Come Home? composto da Hughie Cannon addirittura nel 1902. Il brano è passato dalle mani di tutti i più grandi: Louis Armstrong, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Sam Cooke e persino Michael Bublé. L’incipit del brano mette in risalto 00:01 - 00:20 il sax basso di Giorgio Beberi, al quale si aggiungono progressivamente tutti gli altri strumenti.

Una buona dimostrazione di quanto la presente incisione sia articolata sulla fascia delle frequenze basse e di quanto il dettaglio sia di ottima qualità.

Qualcuno si ricorderà del film Daunbailò, in particolare la scena dove Roberto Benigni arringava, con un improbabile inglese, gli attoniti Tom Waits e John Lurie. Ice Cream meglio conosciuta come I Scream, You Scream, We All Scream for Ice Cream è uno dei brani popolari del jazz classico, messa su pentagramma nel 1927 da Howard Johnson, Billy Moll e Robert King, ma dalle origini incerte, presumibilmente nella tradizione popolare. In breve, la versione jazz di Ice Cream divenne un motivo in voga e acquisì una propria vita, rispetto alla vulgata tradizionale, poco più di una filastrocca. Una bella prova d’insieme per la Tiger Dixie, che relega in coda all’album dei veri classici del genere, in cui la band dà sfogo a tutta la propria maestria e a tutto l’affiatamento.

- Nella chiusura del CD in oggetto, infatti, la band trentina regala ai nostri lettori ancora due brani classici, ormai simbolo del genere che essi stessi suonano e che, molto spesso, sono eseguiti al termine dei concerti di chi esegue dixie. Si tratta di Amazing Grace, qui proposta nello splendido arrangiamento del trombonista Luigi Grata e When the Saints Go marching in, in pratica la quintessenza del genere. Due classici anche per la scaletta della Tiger Dixie, che interpreta entrambi senza enfasi e con molta energia, con la solita attitudine ritmica e degli arrangiamenti decisamente caratteristici.

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