Notice: unserialize(): Error at offset 1646505 of 1646559 bytes in /home/audio/domains/audiofilemusic.com/public_html/libraries/src/Cache/CacheController.php on line 182 Audiophile Sound 135 - Estate 2014 - Guida all'ascolto: Spohr - Ernst Concerti per violino - AudioFileMusic | AudioFileMusic

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Sabato, 30 Agosto 2014 00:00

Audiophile Sound 135 - Estate 2014 - Guida all'ascolto: Spohr - Ernst Concerti per violino

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 135 - Estate 2014

Spohr Ernst Concerti per violino etc.

Louis Spohr - Concerto n. 8 in la minore op. 47

In un certo senso vi è uno stretto legame tra i due concerti, quello di Louis Spohr e quello di Heinrich Wilhelm Ernst, compositori, uno tedesco, l’altro ceco, i quali vissero e operarono nella prima metà dell’Ottocento, che compongono il programma del CD allegato in questo numero di Audiophile Sound e che sono stati registrati dal vivo con l’Orchestra della Città di Ferrara, all’interno della loro stagione musicale patrocinata dal Comitato dei Grandi Maestri e organizzata dall’avvocato Gianluca La Villa. Questo perché l’ultimo concerto che Ernst, eccelso violinista anche se ormai in cattive condizioni di salute, eseguì nel 1855 con la London Philharmonic fu proprio l’ottavo di Spohr (che porta come sottotitolo “In modo di scena cantante”, in Form einer Gesangs-Szene), sotto la direzione di Richard Wagner.

L’ottavo concerto di Louis Spohr(nato nel 1784 e morto nel 1859), tra i quindici da lui composti (nessun altro compositore a lui contemporaneo ne scrisse così tanti), è sicuramente quello impostato meglio, dotato di una forza musicale propulsiva notevolissima ed è entrato di diritto nel repertorio dei grandi violinisti di ieri e di oggi, a cominciare da Heifetz e Kulenkampff, passando per Přihoda, fino a Ughi.

Spohr (colui che è passato alla storia per essere stato in assoluto il primo ad avere usato la bacchetta per dirigere un’orchestra) in vista di una sua tournée italiana, effettuata nel 1816 con la moglie, l’arpista Dorette Scheidler, scrisse questo concerto coniugando l’arte violinistica tedesca adattandola al tipico virtuosismo operistico della tradizione italiana, facendo sì che il suo strumento cantasse come la voce di un cantante, proprio come recita il sottotitolo del concerto. Il concerto (eseguito dallo stesso Spohr in prima assoluta il 26 settembre 1816 alla Scala di Milano) è suddiviso in tre tempi, Allegro molto, Adagio, Andante-Allegro molto, e la ricca strumentazione orchestrale accompagna il solista nei suoi gorgheggi, passaggi lirici, esibizioni virtuosistiche, con la chiusa della consueta cadenza finale.

Come si è già accennato, questo concerto fonde la cantabilità e la drammaticità, tipiche del repertorio operistico italiano, con la forme del pezzo da concerto, caro alla tradizione tedesca, in una struttura assai flessibile, nella quale il solista passa, senza soluzione di continuità, dal recitativo al canto, dall’arioso fino all’allegro di bravura, ossia intriso di puro virtuosismo.

Il primo tempo inizia con un vigoroso tema principale, dal chiaro sapore rossiniano, esposto fin da subito da tutta l’orchestra e ripreso più volte, senza essere mai intonato dallo strumento solista, il quale interviene solo per arrestare il discorso sinfonico per intromettervi recitativi 01.17 - 01.40 e cadenze,

senza disdegnare di inserirvi fioriture 01.51 - 02.20.

Nell’Adagio, invece, la delicata melodia iniziale viene appena esposta dall’orchestra e subito ripresa 00.41 - 01.16 dal solista e sviluppata progressivamente con ricche fioriture sino a una parte centrale,

dove il violino espande una nuova, intensa melodia e accompagnata dalla compagine orchestrale con un movimento di terzine 03.50 - 04.53.

Il tempo si conclude con il ritorno del tema iniziale, collegandosi immediatamente all’Andante, il quale si dipana in un ulteriore episodio recitativo 00.09 - 00.51,

che fa da transizione all’Allegro moderato finale. Quest’ultimo si basa su un tema, sviluppato sia dall’orchestra sia dal solista, che si presta ad andamenti fugati e contrappuntistici 01.10 - 01.56 / 02.22 - 03.20,

presentando un singolare percorso modulante che sfocia nella prolungata cadenza del solista 08.15 - 09.10, poco prima della conclusione.

 

Franz von Vecsey, una leggenda del violino

Anche se il suo nome oggi non viene ricordato, soprattutto dal grande pubblico, Franz von Vecsey ha rappresentato un capitolo importante per la storia della musica violinistica. Nato a Budapest nel 1893 e morto a Roma a soli quarantadue anni, questo formidabile violinista ungherese, allievo del sommo Joseph Joachim, debuttò a soli dieci anni e la sua carriera artistica fu il passaggio di una fugace meteora nel firmamento dell’arte musicale. Basteranno solo due dati per descrivere la sua grandezza e la sua importanza: Bela Bartók, rapito dalla tecnica e dal calore espressi dal violino di von Vecsey, volle accompagnarlo al pianoforte nel corso di una tournée, e Jean Sibelius gli dedicò il concerto per violino in re minore, quando il violinista aveva solo tredici anni (!) dopo che il primo dedicatario, Willy Burmester, si rifiutò di eseguirlo.

Il suo Preludio e Fuga per violino solo in do minore, dedicato a un altro sommo violinista, il compatriota Jenő Hubay (che fu un altro dei suoi maestri),fu composto da von Vecsey nel 1914, un anno che è uno spartiacque tra un mondo che fu spazzato via dalla Prima guerra mondiale e uno completamente nuovo che avrebbe rivoluzionato il mondo della musica e di com’era stato concepito fino ad allora. Sfogliando la partitura di questo breve componimento ci si rende conto della sua quasi ineseguibilità [00.42 - 01.24].

In fondo, questo brano rappresenta un commiato del “mondo di ieri” di quell’Ottocento del quale il violinista ungherese è stato uno degli ultimi testimoni e rappresentanti. Un pezzo incredibilmente virtuosistico, retaggio di quel mito paganiniano che ha intriso e permeato una certa prassi esecutiva della seconda metà del XIX secolo e che vide in Fritz Kreisler il suo rappresentante più famoso.

 

Heinrich Wilhelm Ernst - Concerto pathétique in fa diesis min. op. 23

Nato a Brno, in terra morava, nel 1814, Heinrich Wilhelm Ernst studiò al conservatorio di Vienna violino con l’ungherese Joseph Böhm, considerato il fondatore della scuola violinistica ungherese e maestro di Joseph Joachim, il noto amico di Brahms e uno dei più grandi violinisti della storia. Sempre al conservatorio di Vienna Ernst ebbe modo di studiare anche composizione con Ignaz Xaver von Seyfried, direttore al teatro An der Wien e amico di Beethoven, per poi perfezionarsi con il violinista e compositore Joseph Maysender, maestro di cappella alla corte di Vienna. Il virtuosismo espresso da Heinrich Wilhelm Ernst lo rese presto celebre - ottenne il primo grande successo a sedici anni - nelle maggiori piazze d’Europa, da Parigi fino a Londra, ma le precarie condizioni di salute lo costrinsero a lasciare ogni attività pubblica poco dopo il 1855, quando ormai si era stabilito nella capitale inglese. Al di là delle sue doti di raffinato e straordinario concertista, Ernst fu anche un valentissimo esecutore di musica da camera, capace di eseguire i quartetti per archi di Beethoven con Joachim secondo violino, Henryk Wieniawski alla viola e Alfredo Piatti al violoncello, ossia il gotha quartettistico dell’epoca…

Il suo Concerto (Allegro) pathétique per violino e orchestra in fa diesis minore op.23, dedicato al collega Ferdinand David, rappresenta la summa, con il primo concerto di Wieniawski, di tutte le massime difficoltà del violino, tanto che si contano sulle dita di una mano i solisti che l’hanno eseguito con orchestra, nel secondo Novecento: Ruggiero Ricci, Lukas David, Aaron Rosand, Ilya Grubert. Per comprendere che cosa significhi questo concerto, anche in ambito didattico, basterà dire che due mostri sacri dell’insegnamento violinistico, quali Leopold Auer e Carl Flesch, imponevano ai loro allievi migliori la pratica e la esecuzione del Concerto pathétique, in quei tempi nel repertorio dei grandi, al punto da farlo considerare da molti il più difficile concerto di tutto il repertorio violinistico.

Concepito in un tempo unico, di circa venti minuti, questo concerto si presenta con un’ampia introduzione orchestrale dal tono epico, tipicamente romantico, con dialoghi tra sezioni orchestrali, echeggiando modi cari a Brahms ma anche di Mendelssohn. Nella scrittura per il solista spicca l’impiego delle doppie corde, a partire dall’introduzione solistica del violino. Prevale una scrittura concertante nel dialogo tra solista e fiati, molti simile a quella dei concerti solistici di Brahms. Un tracciato ragionato, ma anche generoso di slanci e invettive spettacolari, che sono tra gli “elementi” retorici salienti di quest’opera.

Il concerto si apre con una maestosa ouverture dell’orchestra con il tema principale 00.01 - 03.41,

al quale segue il primo difficilissimo recitativo del violino solista, che amplia e sviluppa quanto enunciato dall’orchestra. La risposta viene affidata agli archi con ripresa del tema principale e con il dialogo che rimane tra il tema recitato del solista e l’inciso ritmico del movimento di apertura dell’opera. Uno staccato celebre della solista ci porta al recitativo vero della fine della prima parte del concerto 04.27 - 06.28, caratterizzato da scale cromatiche e lunghi staccati.

Nel tema del secondo movimento, l’Adagio, in forma di Romanza, l’atmosfera si trasforma e diventa più serena, estremamente tranquilla e il dialogo intimo tra il concertista e l’orchestra 06.42 - 07.40 ci riporta al tipico, primo romanticismo.

Un breve ponte porta allo sviluppo in forma di intermezzo che si presenta con un nuovo tema che presenta l’altra dimensione del romanticismo, quella più impetuosa e passionale. L’entrata del violino solista dà una dimensione eroica, che ricorda i tipici slanci paganiniani dei concerti 08.11 - 08.57.

Dopo questo picco altamente drammatico, la tessitura della partitura riportano il solista e l’orchestra a riprendere il dapprima il tema dell’Adagio, così intriso da atmosfere pacate e poi quello dell’Andante, caratterizzato da cadenze conclusive  che chiudono la prima parte dell’opera.

Il Finale (allegro moderato) è una cabaletta in forma sonata monotematica, con l’esposizione che viene affidata all’intera orchestra, ripresa dal solista con piccole code, passaggi eroici e scale improvvise già ascoltate all’inizio che ricordano il tipico stile paganiniano 09.58 - 13.34.

Il tutto porta a uno sviluppo di un nuovo tema, introdotto da un breve fugato dell’orchestra. Infine, vi è la ripresa del primo tema che ricorda la cabaletta delle opere italiane 15.20 - 16.02,

con una coda finale in tonalità maggiore, una grande cadenza 17.28 - 18.25 che conclude l’opera.

 

La Paganiniana di Nathan Milstein

Oltre ad essere stato un “grande” del violinismo novecentesco, il russo naturalizzato americano Nathan Milstein fu anche un “creatore di note”, pur non assurgendo al ruolo di compositore tout court. Ne fa testo questa Paganiniana per violino solo, suddivisa in un tema introduttivo (tratto dal ventiquattresimo Capriccio di Paganini) e in sette variazioni, che Milstein pubblicò, presso l’editore Schirmer di New York nel 1954. A tale proposito, lo stesso Milstein ebbe modo di scrivere nelle sue memorie: «La mia Paganiniana per violino solo in cui ho inserito temi dai 24 Capricci e altre composizioni di Paganini, ha incontrato un certo favore fra i violinisti e viene suonata da molti validi esecutori fra i quali Ruggiero Ricci, Salvatore Accardo Gidon Kremer. L’idea di Paganiniana l’avevo in mente da parecchio tempo ma non ne feci nulla prima di giungere in America. Mi serviva un pezzo di dieci minuti per un concerto e così misi la Paganiniana in programma. Per finirla, mi costrinsi a un duro lavoro per parecchie notti. Stavo ancora rivedendola il giorno prima del concerto!».

Come si è visto, quindi, Milstein scrisse questo brano all’inizio degli anni Cinquanta fondamentalmente per se stesso, quasi avesse voluto lanciare una sorta di “sfida” ai suoi colleghi, come fece, d’altro canto, lo stesso Paganini ai suoi tempi, quando dall’alto della sua straordinaria e inarrivabile tecnica lanciava “tenzoni” ai suoi colleghi-concorrenti. In un certo senso, questo brano, come ammette lo stesso violinista russo, rappresenta una parafrasi, un collage dei Capricci e di altre composizioni violinistiche di Niccolò Paganini, dando vita a delle “cadenze da concerto”, come le ha definite giustamente il musicologo Paolo Cecchinelli.

Certo, come si può ben intuire, visto che Milstein lo considerò un pezzo da eseguire come bis, per concludere in modo trionfale i suoi recital solistici, si tratta di un brano squisitamente virtuosistico, basti ascoltare l’estratto [00.18 - 01.21],

tale da strappare applausi a scena aperta da parte del pubblico presente. Un brano accademico, “furbo” se vogliamo, costruito e sviluppato su temi musicali che il pubblico degli aficionados conosceva assai bene. Ma ciò che conta è il risultato finale e Milstein, ovviamente, lo eseguì come un padreterno.

Andrea Bedetti

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