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Venerdì, 03 Ottobre 2014 00:00

Audiophile Sound 136 - Settembre 2014 - Guida all'ascolto: Mozart - Sonate per pianoforte n. 11, 12 e 16

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 136 - Settembre 2014

Mozart - Sonate per pianoforte n. 11, 12 e 16

 

 

 

 

 

Sonata n. 11 in la maggiore per pianoforte “Marcia Turca”, K. 331

La Sonata in la maggiore K. 331 fu pubblicata nel 1784 dall’editore Artaria in un gruppo di tre Sonate che comprendeva la K. 330 (Sonata n. 10 in do maggiore) e la K. 332 (Sonata n. 12 in fa maggiore). Queste prime tre sonate furono probabilmente scritte da Mozart negli anni viennesi, anche se è assai verosimile che furono concepite dal sommo compositore nel corso del periodo da lui trascorso a Salisburgo nell’estate 1783, quando si recò nella città natale per presentare alla famiglia la moglie Constanze Weber, come d’altronde lascia pensare una lettera del 12 giugno 1784 scritta al padre, nella quale Mozart annunciava la pubblicazione delle tre Sonate, la cui funzione primaria, nelle sue intenzioni, era quella di farne un proprio uso concertistico e didattico. E la storia del gusto e della fama ha fatto sì che fosse, in particolare, la Sonata in la maggiore K. 331 a imporsi come la più celebre fra tutte le sonate mozartiane, grazie soprattutto all’ultimo tempo, il cosiddetto Rondò “Alla Turca”, assai noto anche al di fuori degli ambienti della cosiddetta musica classica. Proprio sulla scia della moda della turquerie (vedi box), che ebbe vastissima diffusione in tutta l’Europa nel corso del Settecento, Mozart compose, nel 1782, l’opera Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) che ottenne un grande successo presso il pubblico viennese.

Non è quindi azzardato ipotizzare che nella Sonata K. 331 Mozart abbia provato il desiderio di rinverdire quel successo, inserendosi nella scia della turquerie teatrale per riproporre, nei salotti aristocratici, quelle stesse melodie e atmosfere che dovevano conferire alla musica un sapore “turchesco”. Ad ogni modo, ciò che rende interessante questa sonata non è tanto data in sé dalla presenza del movimento “Alla Turca”, ma il fatto che, inserendo nella composizione un tempo così fortemente caratterizzato, Mozart decise di dare vita a un brano decisamente anomalo. Questo perché la K. 331 è l’unica sonata mozartiana - se non si considera la giovanile e ancora acerba Sonata in mi bemolle maggiore K. 282 - nella quale il primo tempo non si articola nella classica forma-sonata ma, al contrario si basa su quello della Suite, formato da movimenti contrastanti e di danza. Così, il primo tempo, l’Andante grazioso, è rappresentato da un tema seguito da sei variazioni, che raggiungono progressivamente e genialmente un’irresistibile brillantezza tecnica. L’idea iniziale è purissima e incantevole, sulla quale s’innesta la Variazione I [01.23 - 01.53],

che si arricchisce di fioriture, mentre la Variazione II intensifica l’accompagnamento del registro grave [01.54 - 02.50].

E se la Variazione III esplora magicamente il sentiero misterioso della tonalità minore [05.28 - 07.02],

quella successiva (Variazione IV) sfrutta le contrapposizioni fra i diversi registri della tastiera, con la mano sinistra che suona sopra la destra (!) nel registro acuto [07.03 - 08.55].

La Variazione V, poi, porta l’ascoltatore ad arrestarsi di fronte alla pausa contemplativa di un Adagio fortemente fiorito [08.56 - 12.40],

 

per poi cambiare mirabilmente metro nell’ultima Variazione, con la quale si chiude brillantemente il movimento [12.44 - 14.06].

 

Il tempo centrale è formato da un delizioso Minuetto d’intonazione nobile e di geniali risorse timbriche, che fa ancora ricorso, nel Trio [02.39 - 05.30],

all’inversione delle mani. Semmai, è ancora da ricordare che la peculiarità di questa sonata risiede anche nel fatto che, al posto di un tempo lento (il proverbiale Adagio), Mozart volle inserire appunto un Minuetto, una scelta che si svela in tutta la sua arguzia nel momento stesso che prende avvio l’ultimo tempo, quello appunto che ha reso celeberrima tale composizione, l’Allegretto “Alla Turca”, in forma di Rondò francese.

Per Rondò francese s’intende la presenza di un tema principale in tonalità minore - ricco di acciaccature o appoggiature (ossia come viene definita l’esecuzione veloce di una nota di valore minimo prendendo il tempo alla nota precedente e appoggiandosi alla successiva), caratterizzato da una dinamica “piano” - e di una ripresa in tonalità maggiore, contraddistinta da una dinamica “forte” di grande impatto timbrico. Ad arricchire ulteriormente l’Allegretto è il fatto che Mozart, con gli arpeggi della mano sinistra ottiene l’effetto di far entrare in vibrazione tutti i suoni armonici della tastiera, mentre con la mano destra esegue degli accordi preceduti da acciaccature [00.48 - 01.03].

In questo modo, il genio salisburghese riesce a ricreare meravigliosamente sulla tastiera il suono esotico e “selvaggio” delle bande militari turche che si avvalevano di tamburi, triangoli e campanelli. A tale proposito, appare assai interessante l’ipotesi avanzata dal pianista e musicologo austriaco Paul Badura-Skoda (grande interprete delle sonate mozartiane), secondo la quale Mozart, proprio per evocare meglio le percussioni tipiche delle bande di giannizzeri, nel suonare i ritornelli di questa “Marcia turca” volle utilizzare a mo’ di percussione gli smorzi particolari, alquanto sonori, tipici di alcuni fortepiani dell’epoca.

 

Sonata n. 12 in fa maggiore per pianoforte “Parigina”, K.332

Nel giro di due anni, tra il 1777 e il 1778, tra i tanti viaggi che effettuò in giro per l’Europa, Mozart fece quello che può essere definito il suo viaggio formativo più importante, fondamentale, attraverso il quale affinò in modo decisivo quella visione musicale che fu foriera dei grandi capolavori successivi. Quel viaggio ebbe quali tappe principali Mannheim e Parigi, due centri cardine, assoluti, sebbene per opposti motivi. Se il centro tedesco era sede di quell’omonima orchestra che rivoluzionò il concetto del “fare musica insieme” e dalla quale germogliò il grande afflato sinfonico che sarebbe esploso il secolo successivo, la capitale francese rappresentò un trauma e, per certi versi, una delusione per il giovane musicista salisburghese. A Parigi, il ventiduenne Mozart trovò il mondo musicale dominato dalla querelle fra i seguaci di Gluck e gli epigoni dell’opera italiana di Piccinni, capendo, ben presto, che più che fare musica, si parlava, si disquisiva di musica. «Se qui la gente avesse orecchie e cuore per sentire, se capisse soltanto un pochino di musica e avesse un minimo di gusto, di tutto il resto riderei di cuore. Ma per quanto riguarda la musica mi trovo fra bruti, fra bestie», scrisse amaramente al padre Leopold.

Quel viaggio gli permise, insomma, di prendere coscienza e di intraprendere anche un altro viaggio, interiore, alla scoperta della sua personalità, facendo sì che il bambino prodigio plasmato e manipolato dalla forte figura paterna si tramutasse nelle fattezze di un uomo maturo, finalmente consapevole delle difficoltà della vita e delle tante amarezze dispensate dall’ambiente artistico, una consapevolezza accentuata e accelerata anche dalla delusione del mancato fidanzamento con Aloysia Weber e dal profondo dolore causato dall’improvvisa morte della madre. Questa trasmutazione, questo cambiamento caratteriali ed esistenziali trovano una perfetta rappresentazione appunto nella Sonata n. 12 in fa maggiore K. 332.

Nel primo movimento, l’Allegro, lo stile è asciutto, essenziale, eppure, pur nella sua concisione, capace di offrire una stupefacente ricchezza di materiale musicale, basata nel sovrapporsi del gioco fra gli elementi propositivi statici e quasi neutri, rappresentati dai due temi principali [primo tema: 00.01 - 00.27 / secondo tema: 01.53 - 02.20],

e le nervature espressive e drammatiche dei passaggi intermedi, attraverso i quali si sviluppano i temi stessi. E se l’Adagio, che ha il compito di rasserenare l’ascoltatore, sviluppa un’idea cantabile e galante [02.53 - 03.46],

 

senza rinunciare però a un impianto schiettamente sonatistico, il finale, Allegro assai, è in forma sonata ed esprime una particolare leggerezza velata, talvolta, da momenti d’intensa malinconia [00.55 - 01.10]

 

o di più energica drammaticità [01.27 - 01.41],

 

fino alla conclusione prodigiosamente sottovoce, teneramente sfumata.

 

Sonata n. 16 in si bemolle maggiore per pianoforte, K. 570

Questa sonata risale al febbraio del 1789 e, come in molti altri casi, non è nota la destinazione dello spartito. Ad ogni modo si tratta di una composizione contraddistinta da un’estrema piacevolezza e da un contenuto tecnico non particolarmente complesso. Questo ci fa intuire che Mozart non la considerava, insomma, come una sonata “da concerto” ma, piuttosto, come un brano pensato per qualche illustre committente o per un’allieva non principiante e alquanto dotata. Questo dato viene ulteriormente rafforzato dal fatto che, rispetto alle sonate pianistiche degli anni precedenti, Mozart fa un uso quasi parsimonioso del materiale che va in direzione di una semplicità espressiva tipica dei suoi ultimi anni.

Il primo tempo, l’Allegro, si basa su un unico tema principale che viene presentato in due contesti differenti ma che non contrastano fra di loro [00.15 - 00.28] [00.29 - 00.52].

 

Inoltre, la scorrevolezza brillante della pagina viene incrinata, nel corso della sezione dello sviluppo, da quelle tipiche implicazioni malinconiche, che trascendono in una delicata amarezza [04.04 - 04.55],

che sono assai ricorrenti nell’ultimo Mozart. L’Adagio centrale rappresenta un movimento di grande nobiltà espressiva; si apre con un tema ad accordi e si anima poi con un tema elegiaco, arricchito da un tenue, ma incisivo, accompagnamento, che Mozart mantiene sempre su un sottile e miracoloso equilibrio [00.57 - 02.23],

tanto è vero che questo lungo tempo centrale, pur se presenta un’alternanza di situazioni stilistiche, non contraddice mai la sua profondità concettuale. L’Allegretto finale, quasi avesse il compito di riportare l’ascoltatore su un piano di giocosa serenità, è un movimento breve e brillante, il cui tema principale ha quasi un carattere danzante [00.01 - 00.50],

 

mentre gli episodi secondari costituiscono dei diversivi gustosi, persino quasi frivoli, nella loro trasparente naturalezza.

Andrea Bedetti

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