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Lunedì, 19 Gennaio 2015 17:34

Audiophile Sound 139 - Dicembre 2014 - Gennaio 2015 - Guida all'ascolto: Mozart Trii per pianoforte n. 3, 5 & 6

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 139 - Dicembre 2014 - Gennaio 2015

Mozart - Trii per pianoforte 3, 5 & 6

 

 

 

 

Verso la metà del XVIII secolo si registrò l’avvento dello stile galante, una corrente artistica che contrapponeva uno spiccato gusto per la melodia alle elaborate architetture barocche, ritenute da molti ormai obsolete per la loro ridondante monumentalità. Questa virata fu determinata anche dalla progressiva affermazione di una classe media sempre più benestante e desiderosa di accreditarsi in ambito culturale, molti dei cui membri più facoltosi desideravano prendere lezioni dai compositori più alla moda e si esibivano nelle proprie case in serate musicali di livello a volte tutt’altro che disprezzabile.

Questa nuova tendenza spinse parecchi compositori a sviluppare nuovi generi adatti per questo pubblico (che fece la fortuna degli editori più lungimiranti come Pleyel e Clementi), tra i quali si misero in evidenza soprattutto i trii per pianoforte “con accompagnamento di violino e di violoncello”. Come si può capire facilmente dal nome, queste opere vedevano assoluto protagonista lo strumento a tastiera - che all’epoca poteva essere costituito dal clavicembalo, dal clavicordo o dal fortepiano - la cui linea melodica veniva arricchita e resa timbricamente più varia dal violino e rinforzata nel registro grave dal violoncello, non di rado chiamato a raddoppiare la mano sinistra del fortista. L’intensa melodiosità, la scrittura relativamente semplice e la struttura agile e leggera (spesso limitata a due soli movimenti) contribuirono a fare la fortuna di questo genere e di alcuni compositori come Johann Christian Bach, che a Londra trovò un terreno particolarmente fertile.

Questo successo si rivelò però di breve durata e determinò ben presto una repentina evoluzione stilistica, che può essere notata chiaramente nelle sei opere che Mozart dedicò a questo organico. Se il Divertimento in si bemolle maggiore K. 254 scritto a Salisburgo nel 1776 è ancora legato agli stilemi galanti (anche se declinati con la personalità e l’eleganza tipiche di Mozart), gli altri cinque trii composti circa un decennio più tardi sfruttano in maniera molto più sostanziosa le risorse tecniche ed espressive dei tre strumenti, un fatto che consentì loro di aprire nuove prospettive e di preparare il terreno che avrebbe condotto ai capolavori di Beethoven, Schumann e Brahms. In altre parole, con queste opere non ci troviamo più di fronte a un monologo dello strumento a tastiera, nel quale talvolta si inseriscono timidamente il violino e il violoncello, ma a un discorso più vario ed equilibrato, in grado di soddisfare chi cercava nella musica contenuti che si spingessero oltre una pura gradevolezza di facciata. Il fatto che con i suoi trii Mozart abbia voluto scrivere opere d’arte e non frivoli lavori di intrattenimento trova conferma anche nelle loro ampie dimensioni - che superano spesso i venti minuti di durata - e nella scelta di concepirli come opere singole e non come parte di raccolte di sei brani come facevano ancora in quegli anni molti compositori, non ultimi Haydn e Boccherini.

Trio in do maggiore K. 548

Il Trio in do maggiore K. 548 fu scritto per tentare di risollevare le finanze domestiche, che nel luglio del 1788 avevano portato Mozart sull’orlo del tracollo. Purtroppo la stupefacente prolificità dimostrata da Mozart in questo periodo non gli consentì di raggiungere i risultati sperati, in quanto le ostilità che vedevano l’Austria impegnata contro l’impero ottomano avevano costretto molti membri dell’aristocrazia viennese a stringere prudentemente i cordoni della borsa. In questo periodo l’atmosfera di casa Mozart divenne ancora più cupa, perché alle poco tranquillizzanti condizioni di salute di Constanze si aggiunse la morte prematura del quarto figlio. Questa tragedia non si avverte però nell’Allegro che apre questo trio, un movimento grazioso e ricco di energia [con il fortepiano, ovviamente, che fa la parte del leone 00.30 - 01.41,

per poi dare vita a un amabile dialogo con il violino e con il violoncello 02.17 - 03.20, NdR]

che si pone in netto contrasto con l’intensa effusione elegiaca del successivo Andante cantabile, che con la sua sincera vena introspettiva rappresenta il cuore di quest’opera [con il fortepiano che delinea un delicatissimo tema sul quale poi interviene dapprima il violino e poi il violoncello 00.01 - 01.31,

anche se a un certo punto la delicatezza lascia spazio a un’improvvisa e brevissima impennata timbrica 04.02 - 04.10,

che dà inizio a un secondo tema 04.11 - 05.22, NdR]

che si chiude con un Allegro [con il fortepiano che accenna un tema grazioso sul quale si appoggia amabilmente il violino 00.01 - 00.35,

che ha poi il suo debito sviluppo con un maggiore inciso 01.40 - 02.24, NdR]

nel quale sembra brillare qualche raggio di quella Speranza, che quindici anni dopo la morte di Mozart Foscolo definì nel carme Dei Sepolcri «ultima dea».

Trio in si bemolle maggiore K. 502

Nell’autunno del 1786 le preoccupanti condizioni di salute di Constanze a seguito della nascita del figlio Leopold e la cronica prodigalità di Mozart fecero vacillare la già critica situazione economica del compositore. Per cercare di porre rimedio a questo dissesto, Mozart - che in quei giorni stava portando a termine la composizione della Sinfonia Praga - si mise a scrivere alcuni lavori cameristici, che secondo le sue speranze avrebbero dovuto garantirgli guadagni rapidi e sostanziosi. Tra queste opere spicca il Trio in si bemolle maggiore K. 502, un altro lavoro di ampio respiro che si apre con un Allegro monotematico nello stile di Haydn, una scelta inconsueta per Mozart che secondo l’estetica neoclassica consentiva di realizzare l’ideale dell’unità nella varietà. In questo movimento si nota una concreta partecipazione del violoncello [anche se questo comporta una maggiore distribuzione del tessuto musicale tra i tre strumenti come nel punto 03.55 - 04.37, NdR],

che nel successivo Larghetto si interpone come una sorta di complice chaperon nella maliosa conversation galante del fortepiano e del violino [03.02 - 03.32, NdR].

A questa scena da opera in miniatura fa seguito un Rondò, che chiude il trio con la più viva letizia [che si apre con una lunga introduzione da parte del fortepiano, nel quale si inserisce civettuosamente il violino 00.01 - 01.02,

dopo la quale sboccia il tema imbastito dapprima dal violino e poi dal fortepiano che si lasciano andare a fitto dialogo 01.03 - 02.05, NdR].

Trio in sol maggiore K. 496

Il Trio in sol maggiore K.496 vide la luce nel luglio del 1786, un periodo particolarmente felice per Mozart, che - dopo le prevedibili difficoltà di ambientamento in una città raffinata e competitiva come Vienna - nel mese di maggio aveva ottenuto un incoraggiante successo con la prima rappresentazione delle Nozze di Figaro e nella seconda parte dell’anno sarebbe riuscito ad attirare l’attenzione del pubblico con i tre sublimi concerti K. 488, K. 491 e K. 503. L’Allegro iniziale si apre con un tema dal sapore teatrale eseguito dal pianoforte solo, che mantiene una netta prevalenza [00.01 - 00.37],

con il violino chiamato a vestire i panni di interlocutore e il violoncello relegato a un poco gratificante ruolo di sostegno armonico [00.38 - 01.15].

Con Mozart le sorprese sono però sempre in agguato e nell’episodio centrale il violoncello si prende all’improvviso il centro della scena, rivelando carattere e cantabilità in un tema dai toni misteriosi e vagamente inquietanti [05.32 - 06.38],

un’ombra che viene però ben presto dissipata dal ritorno della cordialità brillante del tema iniziale. Il violoncello torna sotto la luce dei riflettori nell’Andante, un brano delizioso la cui elaborata scrittura evoca a tratti lo stile dei grandi maestri del Barocco [01.28 - 02.08],

per lasciare poi spazio al fortepiano e al violino nell’Allegretto conclusivo, un tema con variazioni dall’incedere leggero e vivacissimo [00.02 - 01.00],

che viene increspato dalla quarta variazione in sol minore, un’oasi di meravigliosa intensità che esalta ulteriormente la spensierata esultanza di Mozart.

(Giovanni Tasso)

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