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Mercoledì, 31 Agosto 2016 12:49

Audiophile Sound 154 - settembre 2016 - Guida all'ascolto: Chopin Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 & Andante Spianato e Grande Polacca - Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n. 27

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 154 - settembre 2016

Chopin - Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 - Andante spianato & Grande Polacca

Mozart - Concerto per pianoforte e orchestra n. 27

Non è solo un fattore simbolico quello che accomuna il concerto per pianoforte n. 27 in si bemolle maggiore di Mozart con il concerto per pianoforte n. 2 in fa minore di Chopin, ossia che quello del sommo genio salisburghese fu l’ultimo da lui composto mentre quello del leggendario pianista e compositore polacco fu il primo (infatti, anche se nel catalogo risulta essere il secondo ad essere stampato, in realtà fu il primo ad essere composto tra la fine del 1829 e l’inizio dell’anno, mentre il primo concerto fu scritto tra il marzo e l’agosto del 1830), come se idealmente Mozart avesse lasciato il testimone del concerto pianistico a Chopin, visto che in realtà il compositore austriaco lo lasciò nelle mani e nelle intenzioni beethoveniane, come ci ha insegnato poi la storia.

Semmai, il reale motivo di collegamento tra l’ultimo concerto mozartiano e il primo chopiniano risiede nel fatto che il compositore e pianista polacco vide sempre in Mozart (come in Bach) il maestro ideale al quale rifarsi, in nome di un equilibrio, di una scrittura, di una visione attraverso i quali il suono del pianoforte andava a incontrare quello di altri strumenti dando vita a un colloquio, ora sereno, ora tempestoso. D’altronde, non è un mistero il fatto che l’artista polacco venerasse Mozart, come testimonia un’altra sua celebre opera con la presenza dell’orchestra, le Variazioni in si bemolle maggiore sul tema “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni, che dobbiamo considerare un atto di omaggio che il diciassettenne Chopin dedicò al genio salisburghese. Chopin ammirò sempre nella musica di Mozart la sua straordinaria cantabilità, che il salisburghese aveva appreso fin da bambino nei suoi due viaggi fatti con il padre in terra italiana, assimilando il gusto e il piacere della melodia espressa dal bel canto italico (quindi, non bisogna meravigliarsi se Chopin disse una volta a una delle sue allieve predilette, Vera de Kologrivov: «Bisogna che voi cantiate se volete suonare»).

Ecco, allora, che la chiave di volta per creare un invisibile (ma mica tanto) legame tra l’ultimo concerto di Mozart e il primo di Chopin basta ascoltare la “cantabilità” che il compositore salisburghese immette nel suo capolavoro e di come il diciannovenne pianista polacco la riprenda a piene mani, come si vedrà, nel suo primo concerto. E se si vuole un’ulteriore riprova di come Chopin fosse in grado di far “cantare” il pianoforte, nel senso di fargli esprimere una variegata tavolozza di emozioni simili a quelle che possono essere espresse dalla voce umana nell’atto del canto, l’ascolto dell’Andante Spianato seguito dalla Grande Polacca op. 22 sarà quantomeno illuminante per comprendere come il compositore polacco vide nel pianismo di Mozart un faro sempre acceso che lo potesse guidare in nome di un equilibrio, di una serenità espressiva nella quale stemperare le gioie come i dolori, le piacevolezze come le amarezze. In fondo, come la vita stessa di Chopin, così simile a quella di Mozart, due compositori che fecero della loro musica il rifugio ideale nel quale trovare conforto e comprensione.

 

Fryderyk Chopin - Nascondi il glossario

Concerto n. 2 in fa minore per pianoforte e orchestra, Op. 21

Certo, Hector Berlioz ci andò giù pesante quando, dopo aver ascoltato i due concerti pianistici di Chopin, affermò testualmente che «tutto si concentra nella parte pianistica e l’orchestra dei suoi Concerti non è che un freddo e quasi superfluo accompagnamento»! D’altronde, l’autore della Symphonie Fantastique non fece altro che mettere il dito nella piaga, ossia evidenziare in modo sbrigativo i due punti di forza (e anche di debolezza, paradossalmente) dei concerti chopiniani, ossia lo scintillante virtuosismo e la seducente cantabilità. E ciò vale soprattutto per il Secondo concerto, che fu presentato in prima assoluta da Chopin a Varsavia il 17 marzo 1830 e scelto per il suo esordio parigino il 26 febbraio 1832. Anche se fu dedicato alla contessa Delphine Potocka, la bellissima giovane aristocratica falsamente ritenuta sua amante del tempo, in realtà in quel periodo il cuore di Chopin batteva per Konstancja Gladkowska, studentessa di canto al conservatorio di Varsavia, la quale è la vera musa ispiratrice di questo concerto e colei alla quale il compositore pensò quando ne scrisse lo struggente Larghetto.

Il primo tempo, Maestoso, prende avvio con un’ampia e canonica introduzione orchestrale che presenta due temi [il primo 00.02 - 01.14

e il secondo 01.15 - 02.15]

, espressi entrambi dapprima in modo più trattenuto, poi più energico. Un piccolo motivo lirico enunciato dai legni prepara la maestosa e declamatoria entrata del pianoforte che espone in modo più articolato i due temi anticipati dall’introduzione orchestrale. Il primo tema è più ampio ed esteso [02.43 - 04.45],

mentre il secondo è squisitamente cantabile e sentimentale, oltre ad essere sontuosamente ornato [04.46 - 07.05].

Il tutto porta a uno sviluppo di vaste dimensioni, con il pianoforte che predomina nel colloquio, ma che prevede anche interventi da parte dell’accompagnamento orchestrale [07.06 - 08.00],

permettendo a entrambe le parti di assicurare una grande briosità a tutto il movimento, che si conclude con una parziale ripresa della prima parte del tema principale [12.50 - 13.36].

Sia Robert Schumann, sia Franz Liszt rimasero incantati quando ascoltarono il celeberrimo secondo tempo, il mirabile ed elegante Larghetto, con il quale Chopin dispiega una tenerissima cantabilità di gusto italiano (ecco Mozart!), fatta di intimismo e di sentimentalismo [00.23 - 01.22],

nella quale fanno la loro comparsa anche delicati arabeschi [02.21 - 03.14]

così simili alle fioriture dei grandi cantanti dell’epoca. Improvviso, però, irrompe il drammatico episodio centrale con un tempestoso tremolo degli archi cui segue una cupa presenza degli strumenti gravi, sui quali il pianoforte si lascia andare, come un innamorato disperato, a frasi appassionate e veementi [03.58 - 06.05].

Ma ben presto torna la quiete e la drammatica realtà lascia nuovamente spazio al delicato sogno iniziale con cui si conclude il Larghetto.

Il concerto giunge alla conclusione con l’Allegro vivace che propone i temi e i ritmi di una danza popolare la quale prende avvio con un primo tema di suadente leggerezza [00.01 - 00.13],

sul quale Chopin dipana una tipica mazurka [00.55 - 01.55]

che si estende per tutto il movimento [02.10 - 03.11]

fino a quando un vivace intervento dei corni [06.30 - 08.13]

preannuncia la coda che viene introdotta da una brillante cadenza del pianoforte che porta alla trionfale conclusione.

 

Fryderyk Chopin - Nascondi il glossario

Grande polacca brillante per pianoforte e orchestra preceduta da un Andante spianato per pianoforte solo, op. 22

Una delle principali caratteristiche, che si rintracciano anche nella sua “cantabilità”, della musica pianistica di Chopin è che viene esaltata attraverso numerose gradazioni che riguardano il passaggio dal forte al piano e viceversa, tali da presentare una  tensione psicologica ed emozionale tipiche, e non solo in Chopin, dell’espressività del linguaggio musicale romantico. Queste peculiarità si possono cogliere proprio nell’Andante spianato e Grande Polacca brillante op. 22 in mi bemolle maggiore, nei quali si fondono due momenti musicali psicologicamente contrapposti.

Chopin dapprima compose, tra il 1831 e l’anno successivo, la Grande Polacca, con il fine di creare forse un nuovo concerto per pianoforte e orchestra, ma che poi fu utilizzata accoppiandola con l’Andante spianato (scritto nel 1834) che all’inizio fu concepito dall’artista polacco come un Notturno per via del suo carattere intimistico e crepuscolare [00.10 - 01.27].

Non bisogna dimenticare che l’accompagnamento orchestrale rappresenta un semplice supporto al ruolo dello strumento solista, al punto che spesso la Grande Polacca viene eseguita nella versione per pianoforte solo, visto che è contraddistinta da un fuoco ritmico [05.13 - 06.29]

che riesce tranquillamente a supplire alla mancanza dell’orchestra e nella quale il virtuosismo tecnico [09.52 - 10.34]

ricopre un ruolo di fondamentale importanza.

 

Wolfgang Amadeus Mozart - Nascondi il glossario

Concerto per pianoforte n. 27 in si bemolle maggiore, K 595

Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 27 è l’ultimo che Mozart consacrò a questo genere musicale e fu concluso nei primi giorni di gennaio del 1791, ossia l’anno della sua morte, dopo che lo aveva iniziato nel 1788 e poi accantonato. Il concerto fu eseguito da Mozart per la prima volta il 4 marzo dello stesso anno, probabilmente in un ristorante viennese, nel corso di un’“accademia” (ossia un’esibizione che prevedeva la presenza di più compositori ed esecutori) i cui proventi andarono a favore del clarinettista Joseph Bähr. Proprio per il fatto che il concerto si sarebbe tenuto in un locale pubblico, che non poteva di certo vantare le dimensioni di una sala concertistica, Mozart approntò una strumentazione assai ridotta, quasi cameristica (non sono presenti né i timpani, né le trombe) nella quale, oltre agli archi, sono presenti solo un flauto, due oboi, due fagotti e due corni, rendendo di conseguenza più intimistico tutto il lavoro, contrassegnato dall’attenuarsi dei famosi contrasti timbrici, dall’estrema fluidità delle idee e dalla straordinaria padronanza dell’uso delle più complesse tecniche compositive, in cui non viene meno la proverbiale “cantabilità” legata alla scrittura del pianoforte, così squisitamente discorsiva.

Il primo movimento, Allegro, mostra fin da subito la genialità del costrutto mozartiano: se da una parte sembra che il fluire sia di chiara matrice “galante” [00.02 - 00.32],

dall’altra lo sviluppo propone continue interruzioni, con una soluzione che permette a una linea melodica d’incantevole leggerezza di manifestare sbalorditive complessità espressive [00.52 - 01.47],

senza contare che nel corso degli interventi solistici, l’orchestra “cameristica” interviene assai raramente, proprio per riservare la massima attenzione al pianoforte che si lascia andare a un eloquio [02.56 - 04.14],

merito anche di una dosata scrittura contrappuntistica, che ha un sapore incredibilmente ipnotico [06.12 - 07.49].

Semplicemente da incanto il secondo tempo, il Larghetto, che è caratterizzato da una Romanza di rara bellezza (anche qui si ascolti come lo strumento solista riesce a “cantare”) che prima viene enunciata dal pianoforte [00.01 - 00.27]

e poi dall’orchestra [00.28 - 00.57]

(e il cui nucleo è tratto da una melodia presente nell’opera lirica La fedeltà premiata di Franz Joseph Haydn), con uno sviluppo che si dipana in una naturalezza che ha del soprannaturale [01.01 - 01.56],

poiché il tutto si sorregge solo su pochissime note capaci di dare vita a un bellissimo sogno ad occhi aperti.

Nell’Allegro finale Mozart utilizza un tema che fa parte di un Lied che stava scrivendo proprio in concomitanza con la stesura del concerto, Sehnsucht nach dem Frühling (Nostalgia di primavera, K. 596); in effetti, la musica che erompe da questo inizio ha un senso dolcemente nostalgico [00.18 - 01.09],

come di una cosa che aveva saputo donare una grande felicità e che si è ormai perduta da tanto tempo. Tutto il movimento si adagia dunque su questa dimensione nostalgica intrisa di una grande leggiadria [03.12 - 03.52],

quasi come se Mozart avesse già avvertito le avvisaglie di una fine ormai alle porte a causa della quale ripercorrere con il pensiero e con i ricordi le cose belle vissute e irrimediabilmente sepolte nel suo passato.

Andrea Bedetti

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