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Martedì, 01 Novembre 2016 17:37

Audiophile Sound 155 - ottobre 2016 - Guida all'ascolto: Pergolesi Stabat Mater

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 155 - ottobre 2016

Pergolesi - Stabat Mater

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia ci spiega che Giovanni Battista Pergolesi compose il suo Stabat Mater, una delle pagine più sublimi di tutta la storia della musica sacra, solo qualche mese prima della sua morte (e questo fatto riporta subito alla mente la stesura del Requiem da parte di Mozart che avvenne nelle medesime circostanze). Il compositore di Jesi, destinato a morire a soli ventisei anni di tubercolosi, scrisse velocemente questo straordinario capolavoro dopo aver ricevuto nel 1735 l’incarico da parte di una confraternita laica napoletana, quella dei Cavalieri della Vergine dei Dolori di San Luigi al Palazzo, che l’avrebbero utilizzato durante la liturgia della Settimana santa.

Chiuso nella sua celletta nel convento dei frati cappuccini di Pozzuoli, dove si era ritirato in preghiera e in meditazione nel tentativo di lenire gli atroci dolori causati dal male (non si dimentichi che fin dalla nascita Pergolesi fu anche affetto da spina bifida o da poliomelite), compose febbrilmente le pagine del manoscritto e, come nel caso di Mozart, la sofferenza, il rendersi conto della fragilità della vita umana di fronte al mistero della morte, gli diedero modo di elaborare una pagina struggente, meravigliosa, che tratteggia il dolore più terribile che un essere umano possa provare, quello di una madre che assiste alla morte del proprio figlio.

Ed è proprio partendo da questo punto che si comprendono l’innovazione e la modernità di quest’opera unica nel suo genere in tutta la storia musicale del XVIII secolo. Questo perché Pergolesi, immedesimandosi in quel dolore vissuto e provato attraverso la propria sofferenza fisica, riuscì a manifestarlo rendendone compartecipi tutti coloro che avrebbero potuto ascoltarlo mediante una dimensione malinconica e non drammatica, che non solo esprimeva la dimensione spirituale del distacco terreno del Cristo, del suo cessare di essere uomo per aderire nuovamente al suo essere Divino, ma che lo faceva in modo squisitamente “sentimentale”, facendo sì che la musica e le parole potessero tratteggiare di volta in volta la disperazione, la tenerezza, il senso di protezione materna che la Madonna, sotto la croce, provava per quel figlio che aveva saputo di perdere fin dall’inizio.

Con il suo Stabat Mater, costruito su dodici numeri (che descrivono in modo compatto e quasi simbolico le venti stanze della passione del Cristo) Pergolesi, pur rispettando l’impianto costruttivo del tempo, che prevedeva l’uso dei soli archi con il basso continuo e la presenza delle sole voci del soprano e del contralto, che si alternavano nella serie di duetti e arie solistiche, tende ad alleggerire, a rendere meno pesante e pachidermico questo alternarsi come se la rappresentazione sacrale potesse essere trasposta su un piano teatrale, nel quale mostrare i sentimenti dell’uomo e non solo la manifestazione della dimensione divina. Con Pergolesi il mistero di Dio s’incarna nell’uomo e nella sua fragilità e facendo ciò il compositore jesino fu uno dei primi ad applicare in modo esemplare quella figura retorica al centro di buona parte della musica barocca, descritta nella cosiddetta “teoria degli affetti” (vedi box).

Questo senso di “teatralità” sul quale fa affidamento tale teoria vede una perfetta applicazione in questa versione discografica che, oltre alle due voci femminili, il soprano Marianna Prizzon e il mezzosoprano Elena Boscarol, con l’Orchestra Filarmonica Giovanile “Alpe Adria” di Gorizia diretta da Luigi Pistore, vanta anche la presenza del Coro femminile Bodeča neža che si alterna con le soliste, offrendo una visione particolare e coinvolgente dello Stabat Mater pergolesiano.

Box: La teoria degli affetti

La teoria degli affetti, come afferma lo stesso termine, ebbe lo scopo di suscitare e muovere gli affetti di chi ascoltava un brano musicale. Già gli antichi Greci avevano compreso che l’arte musicale poteva suscitare forti emozioni. Un concetto, questo, che fu poi maggiormente sviluppato dai teorici e dai musicisti del Rinascimento, al punto che i poteri temporale e spirituale del tempo, consapevoli della forza della musica sull’animo umano, la utilizzarono come strumento per propagandare meglio i loro messaggi propagandistici. A partire dal XVII secolo, i teorici musicali identificarono ogni forma di affetto musicale con un particolare stato d’animo (che potesse esprimere felicità, malinconia, rabbia, dolore… ). Queste specifiche figure musicali venivano applicate con un particolare uso del contrappunto, degli intervalli e della costruzione armonica, in modo da creare e suscitare nell’ascoltatore, di volta in volta, una particolare suggestione. Ed è proprio all’inizio del XVIII secolo, nel cuore del Barocco, che la teoria degli affetti raggiunge il suo culmine e la sua perfezione.

Stabat Mater per soprano, contralto, orchestra d’archi e basso continuo in fa minore

01) Duetto “Stabat Mater Dolorosa”

Dopo la mesta apertura dell’opera, imbastita dal tono dimesso degli archi [00.01 - 00.55]

che calano l’ascoltatore nella dimensione accorata della Madonna inginocchiata ai piedi della croce, come in una tragedia greca, subentrano le voci del coro che intonano polifonicamente e omofonicamente lo Stabat Mater dolorosa [00.56 - 01.57].

Un canto che coinvolge non solo per l’aspetto drammatico, ma che è anche capace di raffigurare le emozioni della figura materna, non solo il suo dolore, ma anche la tenerezza, la premura, il desiderio di soccorrere quel figlio che sta per perdere.

02) Aria per soprano “Cujus animam gementem”

L’apprensione e l’angoscia di cui è vittima la Madonna si estrinsecano nel breve inciso orchestrale degli archi [00.01 - 00.37]

sul quale si appoggia la voce del soprano [00.38 - 01.22]

per declamare i versi del Cujus animam gementem (i versi recitano: E il suo animo gemente, contristato e dolente, una spada trafiggeva). Si noti come il timbro e l’incedere degli archi calchi sulla ripresa dei versi, proprio per rimarcare la drammaticità di quanto affermato dal soprano [01.26 - 01.51].

 

03) Duetto “O quam tristi et afflicta”

Il senso di afflizione, di desolazione, di abbondono provato dalla madre di Gesù viene rimarcato esemplarmente in questo brano, dove alle due voci soliste [00.26 - 00.45]

si aggiungono quelle del coro [00.01 - 00.23]

che dilatano il sentimento del dolore e dello strazio.

04) Aria per contralto “Quae moerebat et dolebat”

Non ci si lasci ingannare dalla ritmica melodia degli archi [00.01 - 00.31]

sui quali si adagia il canto del mezzosoprano [00.32 - 01.16]

che intona il Quae moerebat et dolebat (in italiano, infatti, i versi recitano: Come si rattristava e si doleva/la pia Madre/vedendo le pene dell’inclito Figlio!). Non si tratta di lietezza, ma più semplicemente di accettazione, quella che la Madonna prova nel constatare il disegno Divino che suo figlio porta fino all’estremo compimento con la propria morte.

05) Duetto “Quis est homo, qui non fleret”

Ma il dolore, ancora una volta, ha il sopravvento e il soprano e il mezzosoprano intrecciano le loro voci [00.01 - 01.41]

sul Quis est homo, qui non fleret, ossia “Chi non piangerebbe al vedere”, in cui la dimensione umana, destinata a subire le pene e le afflizioni, cerca di capire il perché di tanto dolore e si chiede come poter resistere a così tanta sofferenza, rimarcata dall’irruzione finale del coro [02.36 - 03.10].

 

06) Aria per soprano “Vidit suum dulcem natum”

In assoluto una delle arie più incantevoli e commoventi dell’intera opera, il Vidit suum dulcem natum (“Vide il suo dolce Figlio”), vede il soprano intonare uno straziante e accorato urlo nel rappresentare la visione di una madre che assiste, impotente, alla morte del figlio [00.36 - 01.18],

introdotta da un mirabile tessuto armonico e melodico degli archi, che proietta l’ascoltatore nel cuore del dramma [00.01 - 00.35],

per poi conchiuderlo in un mesto finale che sembra simboleggiare gli ultimi istanti di vita del Cristo [02.52 - 03.19].

 

07) Aria per contralto “Eja, Mater, fons amoris”

L’accoratezza, il senso di compartecipazione al dolore, il desiderio di condividerlo con la Madonna si manifestano in questo passaggio nel quale, con gli archi che espongono un altro tema ritmato [00.01 - 00.20],

la voce del mezzosoprano [00.21 - 01.31]

esprime la voglia di soccorrere con le proprie lacrime e i propri lamenti quelli della Madonna che ha appena visto morire il figlio.

08) Duetto “Fac, ut ardeat cor meum”

Subentra ancora il coro [00.01 - 01.15]

che, sulle note di un delicatissimo fugato degli archi, dipana il Fac, ut ardeat cor meum (i versi recitano: Fa’ che il mio cuore/arda nell’amare Cristo Dio/ per fare cosa a lui gradita), in cui la luce della speranza e dell’amore divino ritorna a risplendere. Un brano che non è esagerato definire un’anticipazione di quanto poi Mozart saprà sviluppare con le proprie opere sacre.

09) Duetto “Sancta Mater, istud agas”

Indubbiamente ci troviamo di fronte al pezzo più “teatrale” ed esteso di tutto lo Stabat Mater, nel corso del quale le due voci soliste si alternano per chiedere alla Madonna di condividere il suo dolore con il loro [00.39 - 01.14],

sorrette da una stupenda tessitura da parte degli archi (Pergolesi, in assoluto, è stato uno dei più grandi nel periodo Barocco nel saper utilizzare ed equilibrare l’impiego degli strumenti) [00.01 - 00.38].

 

10) Aria per contralto “fac, ut portem Christi mortem”

In questo ennesimo brano sublime, ancora una volta gli archi creano l’immagine di una mesta e dolente processione [00.01 - 00.58]

durante la quale la voce del mezzosoprano invoca le sofferenze e le piaghe del Cristo, con il desiderio di volerle condividere [01.00 - 02.05].

 

11) Duetto “inflammatus et accensus”

Anche qui Pergolesi alterna la mestizia del brano precedente con la luce della preghiera e della speranza in questo pezzo dove, ancora una volta, l’introduzione strumentale [00.01 - 00.34]

“pennella” la dimensione emotiva del canto delle due voci soliste [00.35 - 01.08],

che chiedono di essere protette dalla Vergine Maria e dalla Croce sulla quale si è sacrificato il Cristo.

12) Duetto “Quando corpus morietur”

Lo Stabat Mater si chiude così come si era aperto, con una visione desolata, intrisa di dolore e di sgomento [00.01 - 00.50],

nella quale la fragilità dell’uomo si esprime attraverso il canto del soprano e del mezzosoprano che intonano i versi E quando il mio corpo morirà/fa’ che all’anima sia data/la gloria del Paradiso. Amen. La paura della morte, delle tenebre spinge ancora una volta l’uomo a chiedere conforto e protezione a chi si è sacrificato per lui [00.51 - 01.52],

anche se nell’ultima scena irrompe prepotentemente, come un raggio di luce che trafigge le nuvole, la presenza gioiosa del coro [03.42 - 04.44]

che muta l’invocazione in una speranza che non avrà mai fine.

Andrea Bedetti

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