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Venerdì, 23 Novembre 2007 11:59

ROUND ABOUT ROMA

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STEFANO DI BATTISTA - ‘ROUND ABOUT ROMA.

Rosario Bonaccorso, Eric Legnini, André Ceccarelli; Les Archets de Paris, Vince Mendoza.

Blue Note 7243 542406 2 1 Stereo. Studio Recording. Studio Davout, 2002.

Prod: Y.Chamberlain. Eng: P.Gaillot (Quartetto), S.Reichart (Orchestra). Mastering: Antoine


Realismo e profondità d’ambiente sono i due punti di forza di quest’eccellente uscita discografica targata Blue Note. Pur trattandosi di una produzione francese, realizzata sotto l’egida della storica label americana, Stefano di Battista è invece un musicista italiano, che, per la precisione, viene proprio da Roma. La line-up del quartetto capitanato da questo trentaduenne alto sassofonista è un po’ francese ed un po’ italiana. Al contrabbasso spicca la consolidata presenza di Rosario Bonaccorso, mentre al pianoforte ed alla batteria troviamo Eric Legnini ed André Ceccarelli. Una formazione classica, ma molto interessante per via dell’eccellente interplay che si viene a creare fra i quattro strumentisti, che, di quest’occasione, sono affiancati dall’orchestra sinfonica Les Archets de Paris, diretta da Vince Mendoza. La registrazione del quartetto e dell’orchestra è stata realizzata in presa diretta, cercando di dare all’intero lavoro il sound caratteristico di un live in studio. L’eccellente spazialità della presente incisione e la moderata riverberazione sono entrambe due eloquenti indizi della bontà del sistema di ripresa, adottato dal produttore Yves Chamberlain. Il sax di Stefano di Battista emerge delicatamente dal tessuto orchestrale con nitore e grande sfoggio di dinamica, lasciandosi apprezzare per la perfezione dell’intonazione e l’espressività dell’esecuzione. Il modo di fraseggiare di questo sassofonista romano ricorda a tratti quello di Coltrane ed Hodges, magari mediato dalla lezione di Joe Lovano e Wayne Shorter. Gli arrangiamenti dell’orchestra sono invece stati realizzati dallo stesso Mendoza, già collaboratore di Bjork, Joni Mitchell, Charlie Haden e Michael Brecker. Gli archi dell’orchestra sono nitidi e vellutati, ben distinti dai legni, mentre il sound del quartetto rimane sempre intelligibile, in qualsiasi situazione di affollamento strumentale del panorama d’ascolto. Il pianoforte di Legnini spicca per una buona definizione dell’attacco ed un eccellente bilanciamento fra note acute e gravi. La batteria di Ceccarelli ha un sound caldo e realistico, caratterizzato da una bella definizione dei piatti (crash, crash/ride, ride), che risultano disposti correttamente e senza enfasi nel soundstage. La profondità d’ambiente e la ricchezza di spazialità di questo CD hanno contribuito ad evitare che il sound caratteristico del quartetto, venisse schiacciato prospetticamente dalla magniloquenza dell’orchestra. Il contrabbasso pizzicato da Rosario Bonaccorso si distingue perfettamente dai tre contrabbassi, suonati con l’archetto, dai musicisti dei Les Archets de Paris, una finezza non da poco, ottenuta anche grazie all’ottima risposta di questo CD sulle frequenze basse. Il contrasto fra pianissimi e fortissimi e fra ‘solo’ e ‘tutti’ appare in tutta la sua chiarezza, generando una forbice di dinamica piuttosto estesa. Com’è ovvio che sia, il realismo di tutta questa registrazione ne trae naturale beneficio da questa ricchezza di dinamica. In buona sostanza, gli otto brani incisi da Stefano di Battista spiccano per la naturalezza del sound, così come per la grande carica emozionale, generando una suggestiva sinergia fra il piano tecnico e quello artistico. Di Battista è un musicista particolarmente attento alla cura del profilo d’ascolto dei suoi dischi, ma è anche stato sostenuto da un’eccellente produzione, che ha saputo disegnare per lui un suono personale, ricco di naturalezza e povero di compressione. Stefano, proveniente dalla straordinaria esperienza come musicista della band di Elvin Jones, ha saputo concretizzare in maniera matura la propria ispirazione, convogliando in questa registrazione tutto il suo bagaglio culturale. La scelta più importante sembra essere stata quella di utilizzare il sax come una voce, rispettandone le pause e certe cadenze caratteristiche. Indubbiamente rimane nel suo stile una forte componente tecnica proveniente dagli ascolti di John Coltrane, di cui Elvin Jones fu batterista, ma questa illustre ispirazione appare superata e sublimata in un fraseggiare rarefatto ed essenziale.

Simone Bardazzi

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Letto 10072 volte Ultima modifica il Venerdì, 23 Novembre 2007 11:59

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