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Venerdì, 21 Dicembre 2007 11:46

Fabrizio de André: In Direzione Ostinata e Contraria

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FABRIZIO DE ANDRE’. IN DIREZIONE OSTINATA E

CONTRARIA. 3 CD Sony/BMG 82876 75232-2.

ADD. Stereo.


Giudizio artistico: OTTIMO

Giudizio tecnico: BUONO-OTTIMO

DINAMICA: 4

EQUILIBRIO TONALE : 3

PALCOSCENICO SONORO: 3

DETTAGLIO: 3

Remastering? No, Grazie! De-mastering! «In Direzione Ostinata e Contraria» (strenna natalizia dedicata a Fabrizio De André) propone un nuovo modo di rivedere le vecchie registrazioni del cantante.

Tre CD che ripropongono i capolavori del cantautore genovese con le sonorità originali

Ascolto musica, senza limitazioni di genere, da una vita e con la musica ci ho campato per anni vendendo software e hardware con estrema passione. Mi sono inebriato, e lo faccio tuttora, del profumo degli LP, ho visto nascere il CD, i DVD audio, i SACD, anche i Dual Disc purtroppo. Ho sperimentato tutte le varie operazioni commerciali che l’industria discografica ci ha proposto: remastering di varia natura, original master, deluxe ed expanded edition e chi più ne ha… Spesso mi sono sentito preso in giro. Soprattutto quando mi sono accorto che certe proposte nascevano solo tentando di dare fiato ad un mercato ormai asfittico. Ora, quando vedo arrivare inesorabile la soglia dei cinquanta anni, credo di aver messo su un bel po’ di pelo sullo stomaco, come si suol dire, e guardo a queste cose con un certo disincanto. E’ successo anche quando ho saputo che sarebbe uscita l’ennesima raccolta dedicata ad uno dei nostri più grandi cantautori: si intitola In Direzione Ostinata e Contraria e presenta su tre CD quasi tutti i brani più conosciuti di Fabrizio De André, da Genova. La scusa, ora, sarebbe la possibilità di ascoltare le sue canzoni come non era mai stato possibile fare in precedenza e, questa volta, non si parla di rimasterizzazione ma, udite udite, di ‘demasterizzazione’. La moglie del cantante, Dori Ghezzi, spiega che, dovendo preparare questa antologia, aveva deciso di recuperare i vecchi nastri master su bobina per restituirne il suono nativo, cancellando tutte le compressioni ed equalizzazioni usate soprattutto dopo l’avvento del digitale. Intervenendo, quindi, solo con le apparecchiature analogiche disponibili in origine aveva cercato di riportare alla luce le qualità caratteristiche della voce del cantautore genovese «così piena di note basse e, al contempo, di armoniche alte che, da sempre, danno la sensazione che Fabrizio canti solo per l’ascoltatore, mai per un vasto pubblico» (così si legge nelle note di copertina). Beh, non ci credevo, non volevo crederci. Insomma, la discografia di De André aveva subito un re-mastering (neppure troppo udibile) pochissimo tempo prima, c’erano stati tributi di ogni sorta e persino la rivisitazione, pochi mesi addietro, di capolavori come Creuza de Ma’ e Non al Denaro, non all’Amore né al Cielo da parte di due bravi musicisti di epoche diverse: Mauro Pagani e Morgan dei Blue Vertigo ed in entrambi i casi e per motivi diversi i lavori non mi erano esattamente piaciuti. Ma è successo. Quando ho inserito nel mio Accuphase il primo dei tre CD che compongono il cofanetto ed ho sentito le prime, commoventi note di Amore che Vieni, Amore che Vai ho avuto la netta sensazione che il miracolo fosse realmente avvenuto. De André, ma anche i musicisti che lo accompagnavano, erano lì nella mia stanza ed a pochi passi da me. La voce vibrante, calda (ma cosa aveva: un subwoofer in gola?), di una naturalezza e di un realismo sconvolgenti. Posseggo tutti i suoi lavori, molti dei quali sia su vinile che su CD e conosco a memoria ogni particolare dei suoi pezzi ma mai, e ribadisco mai, mi era successo di ascoltarli così evidentemente bene. E si badi, non sì tratta soltanto di una voce marcatamente meno velata e di strumenti più realistici (si ascoltino a questo proposito gli ottoni della banda nella famosa Bocca di Rosa). Non si parla del solito gioco di volumi e di toni, di chiari e di scuri e di ineffabili trasparenze più o meno vere, più o meno artificiali. La sensazione che per prima balza all’orecchio è quella di riuscire a percepire l’intensità, il dramma o la delicatezza dell’interpretazione, l’anima di chi canta e l’estro di chi, negli anni, ha arrangiato prodotto e suonato questi motivi che tutti conosciamo ma che mai sono apparsi in maniera così palese.

Ho sempre amato Fabrizio De André, per il profondo romanticismo anarcoide che pervade i lavori dei ‘60 e della prima metà dei ‘70, curati e prodotti da Gian Piero Riverberi, legati alla musica popolare italiana e ad un certo cantautorato francese, Brassens in primis. E, soprattutto, per la complessa costruzione dei testi (che qui, addirittura, appaiono ancora più incisivi grazie alla maggiore intelleggibilità) e delle musiche del periodo successivo, il più artisticamente completo, che parte da album come il bellissimo Rimini, le cui liriche sono di un ermetismo a volte difficile da decifrare. Per non parlare di capolavori assoluti come Creuza de Ma’, Le Nuvole o Anime Salve, l’ultimo prima di lasciarci per sempre, l’11 gennaio 1999, ucciso dal cancro. Tre dischi che, tra l’altro, sono stati usati come riferimento assoluto al TopAudio ed in tutti gli hi-fi shop per anni ed anni. Capolavori composti con l’ausilio di straordinari musicisti come il già citato Mauro Pagani, Massimo Bubola o Ivano Fossati. E sono questi i pezzi che più mi hanno sbalordito nell’ascoltare il box di cui sto scrivendo. Perché: se ci si può aspettare un logico miglioramento nella riproduzione della prima parte delle canzoni, fino a Non al denaro, non all’Amore né al Cielo del 1971, per intenderci, che addirittura rinasce mostrandoci la bellezza fino ad ora celata degli arrangiamenti di un giovanissimo Nicola Piovani, sono proprio i brani presi dagli album del periodo, tra virgolette, più audiophile che più mi hanno lasciato a bocca aperta. Non credevo potessero essere meglio delle già eccellenti stampe in mio possesso e perciò ho passato giorni a fare confronti su confronti: ho voluto ascoltare, addirittura, in tre modi diversi e con diverse apparecchiature (anche con le mie cuffie elettrostatiche) confrontando gli LP ed i vecchi CD con quest’ultimo, perché temevo si trattasse, come spesso succede, solamente di autosuggestione. Si pensi che i primi ascolti risalgono ai giorni che hanno preceduto lo scorso Natale e, mentre sto scrivendo, gennaio è già iniziato da una settimana. Il risultato è stato disarmante, in tutte le situazioni. La sensazione è una maggiore introspezione, talmente forte è il pathos che traspare dal cantato, dagli strumenti e dai suoni che lo circondano. Sarà la miriade di piccoli particolari: la percezione dell’ambiente in cui si è registrato, le basse frequenze più rotonde ed articolate, la facilità con la quale si distinguono corde di metallo da corde di plastica o, più semplicemente, certe tenere setosità degli archi. Un’esperienza a dir poco commovente, devo ammetterlo. Alcuni pezzi dei primi anni, forse a causa dell’alta definizione del DSD (i nastri sono stati trasposti in alta risoluzione e quindi in PCM 44.1kHz/16 bit per la pubblicazione su CD), mostrano le metallicità tipiche di certi strumenti di registrazione in uso al tempo della prima uscita. E’ il caso, soprattutto, de Il Pescatore e un altro paio di canzoni. Tutto il resto è quello che dovrebbe essere, e spesso non è, qualsiasi ‘original master’ o ‘audiophile recording’ di qualsiasi formato o peso. Un plauso, quindi, a chi ha voluto, prodotto e compilato egregiamente questa raccolta, con un approccio che sicuramente non voleva essere solo Hi-Fi, ma soprattutto passionale. Tanto che, se non possedessimo già tutto del grande autore genovese, ci sarebbe da sperare in un nuovo catalogo rimasterizzato. Anzi, de-masterizzato.

Piero Grassano

Letto 49329 volte Ultima modifica il Venerdì, 21 Dicembre 2007 11:46

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