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Lunedì, 15 Ottobre 2007 12:43

TITO PUENTE. GOZA MI TIMBAL.

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SACD Concord Picante SACD-1004-6.

PCM live original multi-tracks recording. Mobius Recording Studios, S.Francisco. 1989.

Prod: C.E.Jefferson. Eng: P.Edwards.

SACD stereo / Multi-ch. DSD 5.1 remastering, Media Hyperion Studios, California. 2002.

Prod: J.Burk. Mix Eng: P.Edwards.


giudizio artistico: OTTIMO

A metà degli anni Sessanta, il periodo delle stramberie del jazz verve 517 050 A 56 rock di Davis, Weather Report, Heath Bros. e McLaughlin, negli Stati Uniti, nell’area di New York stava avvenendo una rivoluzione musicale, o meglio, si stava completando un processo di rinnovamento culturale e artistico che ebbe inizio qualche anno prima. Spiace dover constatare che l’eccesso di attenzione e di importanza rivolto al fenomeno del jazz rock da parte dei critici abbia con buona probabilità distolto gli sguardi degli addetti ai lavori da altri e più rilevanti (sul piano musicale) fermenti artistici in via di definizione. In quegli anni, infatti, la salsa sostituiva il latin jazz arricchendosi musicalmente con altre correnti musicali di derivazione caraibica. Una trasformazione che, a ben vedere, possiamo far risalire alle esibizioni di inizio anni Cinquanta al Paladium Dance Hall di New York della grande orchestra di Tito Puente. Un’orchestra che con la sua mescolanza vivace di ottoni e percussioni contribuì alla definizione in quel periodo del jazz latino o afrocubano. Tuttavia, per una migliore comprensione del fenomeno e della musica di Puente (persino quella proposta in questo CD) andrebbe considerato l’apporto fondamentale di altre 3 orchestre, nelle quali Puente ebbe modo di suonare fino al 1947 e dalle quali apprese l’arte della direzione d’orchestra: Machito, Pupi Campo e José Curbelo. Nonostante Puente non abbia mai amato particolarmente l’etichetta riduttiva di ‘El Rey’ della salsa, egli, come testimoniato in questo CD, partecipa attivamente a questa trasformazione indirizzandosi principalmente verso una proposta di musica da ballo, pur conservando, con i suoi arrangiamenti, una forte colorazione jazzistica: Airegin, Pent Up House, All Blues, Straight No Chaser. Ed è proprio questa sottile ambiguità a rendere la sua musica così affascinante. Se è vero, infatti, che i suoi arrangiamenti restano fedeli al mambo, cha-cha-cha, guagancoa e altre habaneras, Puente li colora di poliritmie e di sviluppi armonici di matrice ellingtoniana, accostandosi al jazz nella misura in cui lascia lo spazio agli ottimi solisti per improvvisare.

Tony Mancuso


giudizio tecnico: SUFFICIENTE-BUONO

DINAMICA: 3

EQUILIBRIO TONALE : 2

PALCOSCENICO SONORO: 3

DETTAGLIO: 2

È un vero peccato che il Re del ritmo non sia mai stato servito da registrazioni all’altezza della sua musica. Anche questa non si discosta molto dallo standard bassino tipico. A parziale giustificazione la ripresa live, che tuttavia avrebbe potuto consentire almeno l’eccellenza nel parametro della ricostruzione dello stage (visto che per una volta siamo al cospetto di un palcoscenico reale e non virtuale): invece no. Ancora una volta ritroviamo le percussioni esageratamente spinte in primo piano con tutta la ritmica ed i fiati schiacciati sul fondo, dinamicamente molto compressi. Questa è un’altra discrepanza piuttosto illogica: infatti percussioni e ritmica sono dotati di buona dinamica mentre gli ottoni soffrono di una compressione addirittura anomala. Timbricamente siamo lontani dall’eccellenza. La parte alta dello spettro risulta piuttosto aggressiva, a tratti graffiante, mentre in basso ritroviamo un buon dettaglio e precisione, a scapito però di una certa mancanza di pienezza e corpo. Alla fine, come dicevo all’inizio, si tende a chiudere un occhio vista l’oggettiva difficoltà di una ripresa live di una grande formazione come questa, anche se un grande studio non deve certamente spaventarsi, né cercare giustificazioni per qualche difficoltà in più: in fin dei conti è il nostro lavoro e tutti dovremmo avere le competenze per risolvere ogni situazione, anche la più difficile. Oggi, ma anche 15 anni fa.

Marco Lincetto

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