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Martedì, 16 Ottobre 2007 13:17

SOMETHIN'ELSE

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CANNONBALL ADDERLEY. SOMETHIN’ELSE.

MIles Davis, Hank Jones, Sam Jones, Art Blakey.

LP Classic RecordsBlue Note 1595. LP 200 gr.

Mono con solchi originali.Eng: Rudy Van Gelder

Uno dei grandi classici del jazz su LP 200 grammi


Somethin' Else è uno di quei classici da long seller, che si rivaluta col passare del tempo, ossia la musica che anticipa sul gusto del pubblico, che sacrifica la popolarità al rigore. Un disco consigliato agli ascoltatori nietzscheanamente ‘lenti’ e non a quelli ‘rapidi’, annusanti, che fanno scempio della traccia col pulsante del rewind, la sbocconcellano invece di centellinarla. Pertanto, anche se lo avete già ascoltato centinaia di volte non scartate la possibilità di farlo girare di nuovo. Magari mentre leggete questa recensione: vi privereste, altrimenti, di un'esperienza forte di un'energia totalizzante, che non ammette presenza di alcun homo sentiens: colui che non ascolta o ascolta poco e male, si distrae, perde il filo, non ragiona ma intuisce, ha bisogno del gruppo e del suo fiato caldo, della sua vicinanza immediata, che si illumina con la cultura dei volumi spaccatimpani e delle full arenas del rock. Stomaci enfi di birra, pelli tatuate, lobi massacrati da pendula ferraglia, indici e mignoli tesi. Rifiutiamo con veemenza questa immagine, forti del jazz e di opere immortali come Somethin' Else. Anzi, quando la musica è così buona, cerchiamo di diffonderla (magari in condominio sparandola a volumi esagerati), di farla conoscere alle nostre donne al punto che quando ci chiederanno di accompagnarle al concerto di Vasco Rossi si sentiranno quasi-quasi in colpa… e noi ci sentiremo sollevati dall'inventare l'ennesima balla per non mandarle a guastarsi le orecchie con quella musica, tipo ‘lo Spirito Santo gli ha svitato le braccine’… come se il richiamo live di Vasco Rossi dipendesse dal numero di rotazioni di braccia al minuto… Di Julian ‘Cannonball’ Adderley (non ‘palla di cannone’ come a lungo si è ritenuto erroneamente, ma annonball come ironica trasformazione dell'originario cannibal per il suo proverbiale appetito, soprannome appioppatogli dall'amico batterista Lonnie Hayes) non sono mai riuscito ad apprezzare le doti di leader. Senza dubbio è un altoista fondamentale nell'evoluzione della tecnica e dell'espressività sullo strumento, ma, abbandonando i suoi progetti col fratello, credo si sia buttato un po' via preferendo forse la sicurezza di un protettore e un leader del calibro di Miles Davis. Infatti, nel 1956, Cannonball aveva ottenuto un contratto dalla compagnia di dischi EmArcy e contestualmente stava lavorando con il fratello Nat su un quintetto ispirato a quello di Parker-Gillespie. Attività che, come dicevo, in un certo senso trascurò per lavorare con Davis (accanto a Coltrane) e Gorge Shearing. Va bene, si potrebbe obiettare, chiunque avrebbe preferito suonare con Davis che continuare a sviluppare un progetto tutto in famiglia dal successo e gli esiti incerti. Fatto sta che, nonostante la ‘distrazione’ davisiana, nel 1960 il gruppo di Cannonball ottenne il successo con un tema di Bobby Timmons dal titolo This Here. Successo che verra replicato con Sermonette. Inoltre la sua formazione vide l'alternarsi dei migliori musicisti del momento (in particolare pianisti): Hank Jones, Bill Evans, Wynton Kelly, Vic Feldman, ecc. Quindi, pur non essendo un eccellente leader le potenzialità del suo quintetto sono state, come abbiamo visto, confermate a più riprese. Se fosse riuscito a infondere con maggiore decisione la sua forte personalità nella direzione musicale del quintetto e a sfruttare più intensamente il potenziale di compositore del fratello Nat (autore dei classici Work Song e Jive Samba), probabilmente oggi ricorderemmo il suo quintetto come uno dei più importanti della storia del jazz moderno. Somethin' Else rappresenta a mio avviso il manuale di stile di Cannonball, al culmine della sua carriera e notorietà. Certamente c'è Parker (tanto che quando suonava al Café Bohemia col trio di Oscar Pettiford il suo stile torrenziale e pregno di blues gli valse il titolo di ‘nuovo Parker’), ma si trovano nel suo stile, secondo i periodi (prima e dopo Parker), tracce di Benny Carter, Johnny Hodges e Coltrane, dai quali riesce a distaccarsi raggiungendo un'autentica originalità. In Adderley, la velocità non è un fatto essenziale, poiché si piega continuamente alle esigenze della melodia. Melodia che viene esposta con una sonorità fluida, larga e tonda. Con lirismo e spigliatezza, drive e un fortissimo senso del blues. La band che lo affianca è una vera e propria all stars. Davis, Hank Jones, Blakey, e Sam Jones: cosa desiderare di più? Se ci pensiamo bene solo i Jazz Messengers di Blakey e i Leaders di Chico Freeman, e poche altre band, ci hanno deliziato negli ultimi venti anni con tanta abbondanza di talenti e personalità. Sotto le loro mani anche un classico abusato come Autumn Leaves (secondo me, uno degli standard più brutti e noiosi…) acquista un nuovo fascino. Probabilmente è una delle interpretazioni più interessanti che abbia mai ascoltato. Davis, di cui non posso non apprezzare le doti di regista pur non avendolo ami amato, sembra muovere le voci dei compagni suggerendo un bel interludio ad-lib di Hank Jones, lavorando al contempo con l'armonia nell'intento di esplorare e sollecitare nuove sostituzioni accordali. E così da classico standard in Sol minore, Autumn Leaves in coda sembra prendere le sfumature di un altro motivetto in minore che ruota intorno al ciclo di triadi di Do minore, La minore e Si Bemolle minore. Ripeto, credo che Davis sia stato uno dei musicisti più sopravvalutati della storia del jazz, ma il suo senso armonico era davvero spiccato. Interessanti le numerose risoluzioni sulla nona in Love For Sale. E in Somethin' Else mi sembra proprio di ascoltare ‘qualcos'altro’. Come giustamente fa notare Leonard Feather, sebbene la struttura di 12 misure sia piuttosto convenzionale, ciò che è scioccante è il movimento armonico: si parte da un Fa 7 con la quinta bemolle, per procedere attraverso un Re con la nona aumentata e la sesta bemolle, si scende di un tono verso un Do con la stessa struttura dell'accordo precedente, poi si giunge a un Si Bemolle 7 con la quinta diminuita e poi di nuovo il movimento dal Re con la nona diesis al Do per poi risolvere in Fa (risoluzione alla tonica). Il solo di Hank Jones, in puro stile block chord, è una lezione di improvvisazione su questa successione armonica. Un altro brano emozionante, che guarda caso porta la firma di Nat Adderley, è One For Daddy 0, dedicato al popolare disc jockey di Chicago: Daddy 0 Daylie. Si percepisce la scrittura di Nat, ancorata al tema di 12 battute e a uno spirito funky blues con un beat molto nero e ispirato. Interessanti la modulazione in blues minore e i double time, ma forse meno eccitanti, i tentativi di Davis di forzare il registro medio dello strumento. Senza dubbio, chi più mi ha colpito è Hank Jones, quello che più di tutti i pianisti che si sono rivelati durante gli anni Quaranta ha capito meglio lo stile di Art Tatum, artefice di un modo di stare sul tempo molto mobile e allo stesso tempo denso di swing. Come ebbi modo di dire al nostro direttore Pierre Bolduc quando mi propose di scrivere queste brevi note artistiche, grandes grandia decent, ai grandi convengono cose grandi… Pur nell'inadeguatezza delle parole nel saper descrivere e trasferire in pieno emozioni e contenuti musicali tanto importanti, spero almeno di aver contribuito nel mio piccolo a valorizzare questa grande incisione della storia del jazz.

Tony Mancuso


Commento tecnico :

L’occasione per dedicare così tanto spazio ad una registrazione Blue Note è data dall’uscita della ristampa Classic Records su vinile da duecento grammi. Non solo: il caso vuole che io possieda anche una stampa dell’edizione originale americana e ho pensato quindi che sarebbe interessante fare un confronto tra il suono della versione originale e quello di questa nuova ristampa, ancor di più perché si tratta di una delle uscite prodotte col nuovo vinile classic records, il Quiex Super Vynil Profile. E c’è un’altra ragione: la nuova uscita Classic Records è l’edizione mono!Iniziamo con la stampa originale stereo. Sul retro della copertina della mia edizione Blue Note americana c’è scritto il nome del precedente proprietario, Nelson Canton, e la data in cui lui ha comprato l’LP: 15 gennaio 1965. Quindi, senz’alcun dubbio una prima edizione. Sulla mia copia, il numero di catalogo è ancora Blue Note 1595, come l’originale edizione mono, ma è stato aggiunto un adesivo con le parole ‘Stereo Blue Note’, mentre in edizioni successive la dicitura ‘stereo’ è stata stampata sulla copertina. Per quanto riguarda le note di copertina, esse sono esattamente le stesse del disco originale mono eccetto che nel disco stereo troviamo il seguente testo apposto dopo il nome dell’ingegnere del suono, Rudy Van Gelder: «Gli utilizzatori di apparecchi a gamma estesa dovrebbero regolare i loro controlli secondo la curva RIAA». Il riferimento è ovviamente alla curva stereo RIAA ufficialmente adottata nel 1958 da tutti i principali produttori di LP stereo. E’ sempre interessante ascoltare una registrazione di Rudy Van Gelder. Ovviamente sono state utilizzate due differenti disposizioni dei microfoni, una per la registrazione mono e l’altra per la registrazione stereofonica. Quest’ultima colpisce subito con la caratteristica di quasi tutte le registrazioni di Van Gelder: la resa particolarmente spaziosa e allo stesso tempo molto dettagliata della sezione delle percussioni. Non conosco il suo segreto, ma in qualche modo la batteria è resa sempre con questa presenza incredibilmente reale senza che riempia mai l’intero spazio sonoro. La versione stereofonica suona secondo me compressa con una gamma dinamica limitata alla regione forte/fortissimo. L’estensione è appena sufficiente, non di più. Ciononostante, anche con parametri che non sono la fine del mondo, questa registrazione possiede quel genere di intimità, di immediatezza, di cui ho parlato al Top Audio, e che caratterizza molte (ma non tutte) le registrazioni dell’età dell’oro. Il sax è ripreso molto da vicino, ma lo strumento di Adderley non è ricco e opprimente: la leggerezza del tocco, questo genere di libertà che emana dalla sua esecuzione viene reso efficacemente, diretto e senza alcuna velatura, senza alcuna sensazione di pesantezza che troppo spesso ingrossa gli strumenti solisti sui dischi. E lo stesso si può dire per la resa della tromba di Miles Davis. Il suo tocco, così leggero, così diretto, così libero, è lì proprio per essere ammirato e percepito. Non sono un grande appassionato di jazz, e non mi permetterei mai di affermare di avere qualunque reale conoscenza in questo campo, ma Adderley e Davis mi hanno sempre ricordato Toscanini: questo genere di integrità che brilla in qualunque nota loro suonino. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo con loro o addirittura preferire altri modi di suonare o altre interpretazioni, ma questo essere diretti, questa «nudità» di fronte al microfono è un qualcosa di unico e Van Gelder quasi sempre riesce a catturare l’essenza di quel modo di suonare molto speciale. E questo, cari amici, è l’essenza della registrazione. Ciò che fa la registrazione mono è togliere un altro velo tra i musicisti e gli ascoltatori. La sensazione di essere lì è ancora più palpabile, tra i protagonisti più chiara. Naturalmente il sound stage è limitato al centro dei vostri altoparlanti, ma, mio dio, il sound stage presenta i vari solisti con una coerenza che solo gli impianti hifi stereo più perfettamente messi a punto in stanze quasi perfettamente lineari possono riprodurre. Comunque, questa registrazione mono ha rivelato il suo vero carattere quando l’ho ascoltata con la mia testina mono Denon DL102. La lieve durezza percepibile con la testina stereo è scomparsa, il basso ha acquisito contorni più netti e un altro velo è scomparso. Dovreste davvero ascoltare in mono: la palpabilità dei musicisti è veramente avvincente ma l’ascolto non è stancante. Io credo che ciò che più colpisce in queste vecchie registrazioni mono è il modo in cui le migliori di esse riescono a rendere in maniera così naturale lo spazio tra gli strumentisti, il dialogo tra loro e la fisicità dei suoni prodotti dagli strumenti acustici. In conclusione, questa registrazione ha i suoi limiti tecnici. Ma l’essenza del messaggio musicale è restituita con tale dettaglio e, allo stesso tempo con tale potenza, che posso solo concludere che Gelder ha raggiunto il suo principale obiettivo: riprodurre in un modo incredibilemente convincente lo stile unico di Adderley e Davis, e questo con i mezzi limitati a sua disposizione. E questo, caro lettore, non è qualcosa che 2000 bit e 500.000 Herz di risoluzione possano garantirci. Forse l’ultima parola dovrebbe spettare a mia moglie. Ho messo su il disco e dopo il primo brano lei mi ha detto: «E’ incredibile che i suoni prodotti da Adderley e Davis possano farti sentire così libero». Niente di più, niente di meno.

Pierre Bolduc

Letto 12403 volte Ultima modifica il Martedì, 16 Ottobre 2007 13:17

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